Il guru delle cuffie Sean Olive rilegge i dati di uno studio effettuato su 249 ascoltatori e mostra quanto possa variare il gusto personale in cuffia. La soluzione? Un buon target e due controlli EQ
La ricerca sul suono ideale delle cuffie rischia periodicamente di trasformarsi in una ricerca del Santo Graal, con lo scopo di trovare una curva di risposta in frequenza che, una volta raggiunta, dovrebbe mettere d’accordo tutti… o quasi. Il lavoro di Sean Olive, uno degli studiosi che hanno contribuito alla definizione della celebre curva Harman, suggerisce invece che un riferimento acustico costruito su dati di ascolto rimane estremamente utile, ma non deve essere scambiato per una prescrizione universale.
Il punto emerge dall’analisi fatta recentemente da Olive all’evento CanJamSoCal 2026 dei dati di uno studio eseguito nel 2015 su 249 ascoltatori ai quali era stato affidato lo stesso modello di cuffie circumaurali, chiedendo di regolare liberamente bassi e acuti secondo le proprie preferenze. Considerando il 90% centrale del campione, le regolazioni dei bassi si sono estese da circa +0,8 a +12,6 dB e ciò significa che, utilizzando esattamente lo stesso hardware, tra una delle preferenze più contenute e una delle più generose c’è stata una differenza prossima ai 12 dB.
Per chi considera la risposta in frequenza come una sorta di impronta digitale oggettiva della qualità sonora, è un dato difficile da ignorare. Una variazione di questa entità nella regione delle basse frequenze non è infatti marginale e, soprattutto, sarebbe perfettamente percepibile durante l’ascolto. Ma sarebbe altrettanto sbagliato interpretare questa dispersione come la dimostrazione che ogni ascoltatore abbia bisogno di un profilo EQ completamente personalizzato.

È proprio qui che l’analisi di Olive diventa interessante. La sua proposta consiste nel partire da un riferimento validato sperimentalmente e lasciare all’ascoltatore un certo margine di intervento, soprattutto su bassi e acuti.
Il limite degli “ascoltatori medi”
Il problema dei valori medi, già noto in molte discipline scientifiche, è che descrivono bene una popolazione, ma possono nascondere differenze individuali considerevoli. Applicato all’audio, il concetto assume un’importanza particolare perché la risposta percepita di una cuffia dipende da una combinazione di caratteristiche del trasduttore, risposta in frequenza, geometria dei padiglioni, accoppiamento con la testa e con l’orecchio e, naturalmente, preferenze soggettive.
Il lavoro di Harman ha avuto il merito di spostare il dibattito dal semplice “misurare bene” al tentativo di capire quali caratteristiche sonore vengano effettivamente preferite dagli ascoltatori. Il cosiddetto “Harman target” non è quindi nato come una curva arbitraria disegnata davanti a un grafico, ma come riferimento derivato da una serie di esperimenti psicoacustici e di ascolto controllato.
Questo non significa però che una cuffia debba necessariamente seguire quella curva in modo matematico per essere apprezzata da chiunque. La nuova rilettura di Olive mette in evidenza proprio questa distinzione, suggerendo che una curva target rappresenti una tendenza della popolazione, mentre il singolo ascoltatore può collocarsi in un punto diverso. Il fatto che il 90% dei partecipanti abbia scelto livelli dei bassi compresi in un intervallo così ampio è un’indicazione piuttosto evidente della variabilità individuale.
Il target Harman resta utile
Una delle conseguenze più interessanti di questa analisi è che la forte variabilità individuale non rende inutile il target Harman. In un confronto in doppio cieco condotto nel 2014, una cuffia equalizzata verso un riferimento Harman aveva ottenuto la valutazione media più elevata rispetto a tre modelli “non Harman” di Sennheiser, Audeze e Beats e rappresentava la scelta preferita dal 60,1% degli ascoltatori coinvolti. Lo studio aveva inoltre coinvolto partecipanti provenienti da quattro Paesi, fornendo un ulteriore elemento a favore dell’utilità di un riferimento comune.

Il 60,1%, però, significa anche che una parte consistente del campione aveva preferito altro. Ed è esattamente questo il punto che spesso viene perso quando si parla di “suono Harman” come se fosse una sorta di standard assoluto. Il target è in realtà un punto di partenza statisticamente fondato, non una legge della fisica.
Anche la composizione dei campioni impone una certa cautela. Una parte importante dei partecipanti alle ricerche Harman proveniva da Canada, Stati Uniti, Germania e Cina e, nel test specifico relativo a bassi e acuti, tutti gli ascoltatori intervenivano sullo stesso modello di cuffia da laboratorio. Non si trattava quindi di una situazione nella quale ogni persona regolava il proprio abituale sistema di ascolto.
Questo aspetto è fondamentale perché il risultato fotografa una distribuzione delle preferenze in condizioni sperimentali definite. Non dimostra che ogni essere umano possa essere collocato in uno dei profili individuati, né che quelle percentuali rappresentino automaticamente l’intera popolazione mondiale degli ascoltatori.
La soluzione pratica passa dall’EQ, ma senza complicarla
Per l’appassionato questo porta a una strategia decisamente più semplice rispetto alla costruzione di un profilo personalizzato complesso. Il primo passaggio consiste nel correggere la singola cuffia verso un riferimento acustico affidabile. Software e database come AutoEq permettono di partire dalle misure disponibili per numerosi modelli e generare filtri di equalizzazione destinati ad avvicinarne la risposta al target Harman.

Il risultato può comprendere diversi filtri parametrici, necessari per compensare picchi, avvallamenti e irregolarità specifiche del trasduttore. Una volta effettuata la correzione di base, l’ascoltatore può lasciare inalterati i filtri destinati alla compensazione del modello e utilizzare due controlli più ampi per modificare il carattere sonoro secondo il proprio gusto: uno dedicato alle basse frequenze e uno alle alte.
È una distinzione importante, perché l’EQ parametrico utilizzato per correggere una cuffia e i controlli di tono utilizzati per personalizzarla hanno funzioni differenti. Il primo cerca di risolvere problemi specifici della risposta del modello, mentre i secondi consentono all’ascoltatore di spostare il bilanciamento generale.
In questo schema, quindi, non avrebbe molto senso intervenire manualmente su dieci o quindici bande ogni volta che si desidera più corpo o un po’ più di brillantezza. Le frequenze di intervento possono infatti cambiare in funzione del preset e del modello. Nei profili AutoEq, per esempio, il controllo dei bassi può essere impostato attorno ai 105 Hz e quello degli acuti attorno ai 10 kHz. Un preset specifico può però adottare una frequenza differente per la sezione superiore, a conferma di come non esista una coppia universale di frequenze da applicare indiscriminatamente a tutte le cuffie.
È proprio questa distinzione a rendere più sensato il concetto di “due manopole”, che non indica due filtri universali applicati a qualsiasi cuffia ma due ampi controlli costruiti sopra una correzione specifica per il modello.

L’interazione tra cuffia e orecchie
Qui emerge però un limite importante dell’intera impostazione, nel senso che dal punto di vista della pressione sonora effettivamente ricevuta dal timpano una cuffia non suona allo stesso modo su tutte le persone. La geometria dell’orecchio, la conformazione della testa e soprattutto il modo in cui i padiglioni si accoppiano con il capo possono infatti modificare il risultato finale.
È una questione che riguarda in particolare le cuffie chiuse. Il grado di tenuta del pad, la posizione del padiglione e la forma dell’orecchio possono produrre variazioni significative nella risposta percepita. Le cuffie chiuse possono presentare anche variazioni interindividuali più marcate alle basse frequenze rispetto ai modelli aperti, mentre la regione compresa approssimativamente tra 2 e 4 kHz può richiedere una maggiore attenzione.
Due controlli per dominare tutto?
È a questo punto che la conclusione di Olive diventa a nostro avviso equilibrata. I controlli di basso e acuto possono ragionevolmente compensare una parte consistente delle differenze individuali e delle preferenze relative al bilanciamento tonale, ma non c’è una dimostrazione sperimentale secondo cui due soli controlli siano sufficienti per qualsiasi ascoltatore e qualsiasi cuffia.
Quando infatti Olive sostiene che una regolazione dei bassi e degli acuti possa probabilmente soddisfare gran parte delle variazioni individuali osservate, sta formulando un’inferenza supportata dai dati disponibili, senza però presentare il risultato di un esperimento che abbia verificato ogni possibile combinazione di orecchio, cuffia, fit e preferenza.
Restano inoltre fuori dal problema altri aspetti della percezione spaziale. La risposta tonale può essere regolata con relativa facilità, ma la sensazione di ampiezza della scena, localizzazione delle sorgenti, profondità e caratteristiche spaziali di una cuffia appartengono a un livello differente. Una personalizzazione completa dell’ascolto dovrebbe quindi affrontare anche questi elementi, che non possono essere ricondotti semplicemente a un aumento o a una riduzione degli acuti.

La disponibilità di sistemi capaci di misurare l’orecchio individuale e costruire curve di compensazione sempre più sofisticate può essere tecnologicamente interessante, ma maggiore complessità non significa automaticamente maggiore qualità dell’esperienza. Se una correzione ben studiata porta già la cuffia in una zona di risposta generalmente apprezzata e due regolazioni permettono di adattarne il carattere ai gusti personali, l’ulteriore personalizzazione deve dimostrare un vantaggio reale all’ascolto.
Per l’utente finale, il messaggio è che non serve necessariamente inseguire una curva perfetta né costruire un’equalizzazione diversa per ogni brano. Ha più senso se mai partire da una correzione affidabile specifica per il proprio modello di cuffia e utilizzare il target come riferimento, per poi intervenire con gradualità sul bilanciamento dei bassi e degli acuti.
Alla fine il dato più interessante della ricerca di Olive è che la variabilità individuale è sufficientemente ampia da rendere poco credibile qualsiasi idea di risposta perfetta e universalmente valida. Per l’industria delle cuffie ciò significa continuare a considerare i dati di popolazione come una base fondamentale per progettare e tarare i prodotti. Per chi ascolta musica, significa invece recuperare il principio secondo cui un buon riferimento serve a partire nella direzione giusta, mentre il gusto personale decide dove fermarsi.
Ecco perché due controlli di tono ampi, ben implementati e applicati sopra una correzione specifica del modello possono avere un valore maggiore di un sistema di personalizzazione complicatissimo, che costringe l’ascoltatore a passare più tempo davanti a un grafico che con le cuffie sulle orecchie.
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