Vi spieghiamo come costruire uno streamer hi-fi con Raspberry Pi e Volumio tra componenti, costi, installazione, configurazione, DAC e confronto con gli streamer economici già pronti
La costruzione di uno streamer di rete partendo da un Raspberry Pi è uno di quei progetti fai da te che continuano ad avere senso anche in un mercato in cui ormai, come testimonia il recente Fosi Audio S3 da 279 euro, si trovano apparecchi dedicati sorprendentemente economici (mettiamoci anche il WiiM Pro Plus da 289 euro). Il motivo principale per avventurarsi in questa piccola avventura audiofila non è però necessariamente il risparmio, ma poter decidere praticamente ogni componente della catena, capire come funziona uno streamer e modificarlo nel tempo senza dover sostituire il dispositivo completo.
Per chi si avvicina per la prima volta al fai da te hi-fi, la strada più semplice è assemblare un sistema di streaming utilizzando tre componenti: Raspberry Pi, Volumio e un DAC esterno. Il Raspberry si occupa della parte informatica e di rete, Volumio è il sistema operativo e l’interfaccia musicale, mentre il DAC converte il segnale digitale in analogico e lo invia all’amplificatore o a degli speaker attivi, componenti a parte che bisogna già avere e che quindi non rientrano in questo progetto.
La prima cosa da chiarire è quindi che il Raspberry Pi, da solo, non è necessariamente uno streamer hi-fi completo. È un piccolo computer general purpose e il risultato sonoro dipende soprattutto da come si decide di far uscire l’audio da questo computer. Volumio supporta nativamente i DAC USB 2.0 e diversi DAC collegati direttamente al Raspberry tramite interfaccia I2S, ma per un principiante suggerirei senza esitazioni la strada USB, che richiede meno conoscenze, permette di utilizzare un DAC già posseduto e rende molto semplice cambiare convertitore in futuro.
Il Raspberry Pi 4 Model B rimane perfettamente utilizzabile per questo scopo. Dispone di Ethernet Gigabit, Wi-Fi dual band, Bluetooth, quattro porte USB e slot microSD, mentre il Raspberry Pi 5 è più potente, ma per la semplice riproduzione musicale questa potenza aggiuntiva non è indispensabile (in ogni caso, Volumio supporta ufficialmente entrambe le piattaforme). Anzi, proprio perché stiamo costruendo uno streamer e non un PC desktop, eviterei di spendere soldi per una configurazione sovradimensionata. Il Raspberry Pi 4 con 2 GB di RAM è già più che sufficiente per la riproduzione musicale, mentre il Pi 5 può essere preferibile se si vuole un progetto più moderno e versatile o se, magari in ottica futura, lo si vuole usare anche per altri scopi che richiedono maggior potenza di calcolo.

Quanto costa davvero costruirlo?
Qui arriva la prima sorpresa. Il Raspberry Pi non è più il piccolo computer quasi regalato di qualche anno fa. A ottobre 2026 Raspberry ha appena aumentato il prezzo ufficiale delle versioni da 2 GB a causa dell’aumento dei costi della memoria: il Raspberry Pi 4 2GB si trova online a poco più di 80 euro e il Raspberry Pi 5 2GB parte da sopra i 100 euro. A questo bisogna aggiungere una microSD da 32 per la quale bastano normalmente 10-15 euro, un alimentatore USB-C adeguato (altri 10-20 euro) e un case. Per il Raspberry Pi 5 è consigliabile utilizzare un alimentatore da 27 W e un sistema di raffreddamento appropriato, mentre il Pi 4 è decisamente meno esigente e può funzionare con un alimentatore USB-C da 15 W.
Il conto del solo streamer, quindi, può facilmente arrivare a 110-130 euro prima ancora di considerare il DAC. Ed è proprio il DAC a determinare la differenza tra le varie configurazioni. Se possedete già un convertitore USB, il progetto diventa economicamente interessante, ma se dovete comprarne uno il budget può salire rapidamente. Un DAC USB economico ma estremamente valido come il FiiO K11 R2R si trova online a 160 euro, mentre salendo di categoria si arriva facilmente a diverse centinaia di euro.
A quel punto il nostro “progetto Raspberry” non è più la soluzione più conveniente per ottenere semplicemente un dispositivo capace di riprodurre Qobuz, Tidal o la propria libreria musicale. Per questo motivo eviterei anche un errore frequente tra i principianti, decisi magari a spendere 150 euro per un alimentatore “audiophile” del Raspberry prima ancora di aver costruito il sistema. L’alimentazione deve essere stabile e adeguata alle specifiche della scheda, ma non è necessario trasformare un progetto informatico da poche decine di euro in una ricerca esasperata dell’alimentatore miracoloso.
Il primo passo: scegliere il Raspberry giusto
Detto questo, davanti a noi abbiamo due opzioni. Come già accennato, il Raspberry Pi 4 Model B è quello che sceglierei se l’obiettivo fosse spendere il meno possibile, anche perché la piattaforma è ormai matura, consuma poco ed è più che adeguata per far girare Volumio. Il Raspberry Pi 5 2GB è invece la scelta più moderna. Il processore Cortex-A76 a 2,4 GHz è più potente rispetto a quello del Pi 4 e la piattaforma offre USB 3, Gigabit Ethernet, Wi-Fi 5 e una gestione complessiva più veloce.

Per il solo streaming musicale, tuttavia, non aspettatevi un miglioramento sonoro semplicemente passando dal Pi 4 al Pi 5, visto che la potenza di calcolo non determina automaticamente la qualità del DAC o della conversione. In questo caso, la differenza è soprattutto nell’hardware generale, nella reattività e nella possibilità di utilizzare il Raspberry per altri compiti.
Preparare la microSD con Volumio
Una volta acquistato il Raspberry Pi che preferite, la parte più semplice consiste nell’installare Volumio, scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale di Volumio (attualmente la versione disponibile per Raspberry Pi è la 4.119, rilasciata il 24 marzo 2026). Volumio fornisce direttamente un’immagine pronta per il Raspberry e indica Raspberry Pi Imager come strumento per scriverla sulla scheda. Sul vostro PC di casa dovete scaricare l’immagine di Volumio, estrarre il file .img dall’archivio e installare Raspberry Pi Imager. Una volta avviato il programma, si seleziona l’opzione per utilizzare un’immagine personalizzata, si indica il file di Volumio e si sceglie come destinazione la microSD.
A questo punto il programma cancellerà il contenuto della scheda e copierà il sistema operativo. Per questo progetto utilizzerei una microSD affidabile da 32 GB, visto che Volumio occupa una quantità di spazio ridotta e non c’è alcun vantaggio concreto nel comprare una scheda da 256 GB se la musica risiederà su un NAS, su un computer di rete o verrà riprodotta direttamente dai servizi streaming. Una volta terminata la scrittura, si espelle la microSD, la si inserisce nel Raspberry e si collega l’alimentazione. Non servono monitor, tastiera o mouse. Questa è una delle caratteristiche che rendono Volumio particolarmente interessante rispetto all’installazione di un normale sistema operativo. Dopo l’avvio, il Raspberry diventa sostanzialmente un apparecchio di rete.

Collegarlo alla rete e fare la prima configurazione
Per la prima configurazione è possibile utilizzare il Wi-Fi, ma se avete la possibilità di portare un cavo Ethernet fino al vostro impianto personalmente sceglierei quello. Non perché un collegamento Ethernet produca automaticamente un suono migliore, ma il vantaggio è piuttosto nella stabilità della connessione e nella riduzione delle variabili quando si cerca di risolvere eventuali problemi. Una volta acceso il Raspberry, ci si collega con lo smartphone o con il computer. Volumio può essere raggiunto anche semplicemente digitando volumio.local nel browser, mentre l’applicazione ufficiale permette di seguire la configurazione guidata.
La procedura richiede di assegnare un nome al dispositivo, scegliere la rete Wi-Fi se non si utilizza Ethernet e impostare alcune preferenze di base. Da questo momento il Raspberry può essere lasciato vicino all’impianto senza più bisogno di collegarlo a un monitor. È importante capire la logica di funzionamento, nel senso che lo smartphone (o il tablet) non sta riproducendo la musica e non la sta inviando continuamente al Raspberry, ma nella configurazione tipica è semplicemente un telecomando-controller. Volumio riceve le istruzioni, accede alla sorgente musicale e gestisce direttamente la riproduzione. Lo tengo a precisare perché, una volta configurato tutto, possiamo spegnere lo schermo dello smartphone senza interrompere la musica.
Il passaggio fondamentale: collegare il DAC
A questo punto arriviamo al cuore audio del progetto. Se disponete di un DAC USB, basta collegarlo a una delle porte USB del Raspberry. Come già detto, Volumio supporta nativamente i DAC USB 2.0 e, nella maggior parte dei casi, li riconosce automaticamente. La catena diventa quindi: Rete → Raspberry Pi con Volumio → USB → DAC → amplificatore → diffusori. Esiste una seconda possibilità più interessante per chi vuole spingersi nel fai da te ed è utilizzare un DAC HAT che si installa direttamente sul connettore GPIO del Raspberry. Questa soluzione consente di ottenere un dispositivo molto compatto e può offrire uscite RCA, coassiali o altre interfacce a seconda della scheda scelta. Non la consiglierei però come primo progetto. Il vantaggio didattico è evidente, ma aumentano le possibilità di incontrare problemi di compatibilità, configurazione e alimentazione, mentre con un DAC USB esterno tutto è molto più semplice.
Tornando al nostro progetto, una volta che si sono fatti tutti i collegamenti del caso, bisogna entrare nelle impostazioni di Volumio nella sezione relativa all’uscita audio e selezionare il DAC USB riconosciuto dal sistema.

Qui bisogna evitare un’altra tentazione tipica del neofita, magari desideroso di impostare manualmente valori estremi pensando che un numero più alto equivalga automaticamente a una qualità migliore. Se il DAC supporta contenuti in PCM 32 bit/768 kHz, non significa che dobbiamo convertire ogni brano a 768 kHz. La cosa più sensata è lasciare che la catena lavori con il formato nativo dei file quando possibile, evitando conversioni inutili. Volumio è progettato per la riproduzione bit-perfect e supporta numerosi formati, inclusi FLAC, ALAC, AAC, MP3 e DSD. La versione gratuita comprende anche il supporto a USB DAC, NAS, UPnP, AirPlay e radio internet.
Questo è un altro punto a favore del progetto, nel senso che il Raspberry non deve necessariamente dipendere da un singolo servizio di streaming. Anche se avete una libreria locale, ci sono infatti diverse possibilità. La soluzione più elegante è utilizzare un NAS, visto che Volumio può montare condivisioni di rete CIFS e NFS e indicizzare automaticamente la musica. In alternativa, è possibile collegare una memoria USB direttamente al Raspberry. È una soluzione semplice, anche se personalmente preferirei tenere la libreria separata dallo streamer. Se il disco contiene migliaia di album, infatti, un NAS permette di centralizzare la musica e di renderla disponibile anche ad altri dispositivi.
Per chi ascolta prevalentemente servizi streaming, il disco locale diventa invece quasi irrilevante. Qui emerge tra l’altro una differenza importante tra Volumio Standard e Premium. La versione gratuita offre una base molto completa, ma l’integrazione nativa di Qobuz e Tidal, insieme a Qobuz Connect e Tidal Connect, è riservata alla versione Premium, che costa 5,85 euro al mese con pagamento annuale (69,99 euro l’anno) o 7,49 euro con fatturazione mensile, oltre a una prova gratuita di 14 giorni.
Questo costo non deve entrare per forza nel calcolo economico finale. Se volete semplicemente ascoltare FLAC dal NAS, radio internet, AirPlay o altre sorgenti supportate, potete rimanere benissimo con il piano gratuito. Se invece l’obiettivo è costruire un apparecchio da usare principalmente con Qobuz o Tidal, il costo dell’abbonamento Volumio diventa parte integrante del progetto, mentre Spotify è tra i servizi disponibili attraverso plugin gratuiti. Lo mettiamo in evidenza perché spesso chi si avvicina a questo mondo immagina che installare Volumio equivalga ad avere immediatamente tutte le piattaforme di streaming integrate allo stesso modo… non è così.
Prima di partire con questo progetto, conviene quindi decidere quale sarà la sorgente musicale principale. Per una libreria FLAC su NAS il progetto è particolarmente sensato, per Qobuz o Tidal bisogna mettere in conto Premium, mentre se volete usare soprattutto lo smartphone come sorgente e avere la massima compatibilità con le piattaforme moderne, uno streamer commerciale può risultare più immediato.
Vale la pena?
Facendo due semplici calcoli, e parlando unicamente di hardware, uno streamer basato sul solo Raspberry Pi può costare circa 130-150 euro se avete già un convertitore disponibile, ma se a ciò si somma la spesa per un DAC di buon livello si superano agevolmente i 300 euro, non comprensivi però dell’eventuale abbonamento a Volumio Premium.
Ed è qui che sorge il grande dubbio. Prendiamo ad esempio il già citato Fosi Audio S3 da 279,99 euro. È uno streamer dedicato che integra DAC e preamplificatore, supporta Wi-Fi 6 e Bluetooth 5.3 e offre una gestione completa tramite app. A prima vista sembrerebbe quindi molto più costoso del Raspberry, ma come abbiamo appena scritto non lo è e in più si riceve a casa un prodotto già completo di elettronica audio, connettività, case, alimentazione e software.
Se quindi abbiamo già un buon DAC, il Raspberry torna a essere interessante, ma se partiamo da zero il vantaggio economico si riduce sensibilmente. C’è però un’altra differenza sostanziale. Con il Raspberry possiamo sostituire il DAC tra sei mesi, cambiare software, aggiungere un display (a breve uno speciale proprio su questo), installare un DAC HAT, modificare la rete, utilizzare plugin e sperimentare. È insomma una piattaforma aperta e trasformabile. Il Fosi S3, al contrario, è un prodotto finito (lo si collega, lo si configura e si ascolta la musica) e, per quello che costa, offre anche uscite bilanciate, uscita subwoofer, equalizzatore a 10 bande e suona anche molto bene.

L’opzione Raspberry significa necessariamente un audio migliore?
Assolutamente no ed è questa la cosa più importante da spiegare a chi affronta questo progetto per la prima volta. Il Raspberry Pi non è una sorgente audio magica e ciò significa che la qualità sonora finale dipende dall’intera catena e soprattutto dal DAC e dall’implementazione dell’uscita digitale o analogica. Con un buon DAC USB, il Raspberry può diventare una sorgente digitale estremamente valida, ma non c’è alcuna ragione tecnica per aspettarsi che un Raspberry Pi con Volumio suoni automaticamente meglio di uno streamer commerciale ben progettato come appunto il Fosi S3.
Anzi, in un confronto diretto, la differenza potrebbe essere molto più legata al DAC utilizzato, ai filtri digitali, al livello di uscita e all’implementazione analogica che non al fatto che alla sorgente ci sia una scheda Raspberry. Questo è anche il motivo per cui eviterei di trasformare il progetto in una gara a chi compra l’alimentatore più costoso, il cavo USB più esoterico o il case più pesante. Prima bisogna costruire una catena tecnicamente corretta, poi eventualmente sperimentare.
Il punto forte del Raspberry, oltre al discorso della piattaforma aperta e trasformabile a piacere, è anche la flessibilità. Può infatti diventare un endpoint multiroom, un player per file locali, un dispositivo AirPlay, un renderer UPnP/DLNA e molto altro. Volumio supporta inoltre plugin sviluppati dalla comunità e offre una piattaforma molto più aperta rispetto alla maggior parte degli streamer commerciali.
C’è infine da considerare il valore didattico. Assemblare uno streamer Raspberry significa infatti capire cosa fanno realmente rete, sistema operativo, server musicale, renderer, DAC e interfacce di controllo. Per chi vuole entrare nel mondo della musica liquida, è quasi un piccolo laboratorio hi-fi con in più il vantaggio che se tra due anni cambiamo DAC, non dobbiamo cambiare streamer, se vogliamo utilizzare un NAS possiamo farlo e se vogliamo sperimentare un’altra distribuzione software, il Raspberry rimane comunque lì.
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