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Beatles, Pink Floyd, Genesis e altri classici: 10 remix che hanno cambiato il suono degli album originali

Da Revolver ad Animals, da Fragile a Machine Head: 10 remix che hanno ridisegnato il suono di grandi album partendo dai nastri originali

Il remix è una delle operazioni più interessanti che si possano fare su un album, perché permette di intervenire direttamente sulla struttura del mix originale tornando alle singole tracce registrate in studio. Diversamente da una più semplice operazione di remaster, dove non si interviene sui singoli componenti strumentali e vocali di un brano, in un remix voce, basso, batteria, chitarre, tastiere, riverberi e panoramica stereo possono essere nuovamente bilanciati per costruire un’immagine sonora differente.

E le differenze rispetto al mix originale possono essere tutt’altro che marginali. Una batteria può acquistare profondità e definizione, il basso diventare più leggibile, una voce assumere una posizione più naturale e strumenti precedentemente “confinati” possono trovare finalmente spazio all’interno di un palcoscenico stereo più coerente. In alcuni casi il cambiamento è talmente evidente da far percepire quasi un album diverso anche se lo si conosce a memoria.

Il valore dei migliori remix sta proprio nella possibilità di ascoltare nuovamente registrazioni conosciutissime attraverso una prospettiva differente, senza necessariamente cancellare il fascino del mix originale. Alcuni album dei Beatles, Pink Floyd, Yes, King Crimson, Genesis, Jethro Tull, Tears for Fears, Marillion, Porcupine Tree e Deep Purple offrono alcuni dei casi più interessanti al remixing, con approcci molto diversi legati all’epoca, alla tecnica di registrazione e alla complessità delle produzioni.


The Beatles – Revolver

Il caso più emblematico di come un remix-remaster può migliorare la versione originale di un classico è probabilmente quello di Revolver, perché il limite del vecchio stereo dei Beatles era particolarmente evidente. Il mix del 1966 era infatti figlio di una concezione ancora molto diversa dello stereo moderno e in diversi brani la separazione dei canali può risultare estrema, con batteria e basso da una parte e voce e altri strumenti dall’altra.

Per la versione del 2022 Giles Martin e Sam Okell sono tornati ai master a quattro tracce utilizzando anche la tecnologia di demixing MAL sviluppata dalla WingNut Films di Peter Jackson. Il risultato è un album molto più compatto e leggibile, con la voce generalmente più stabile al centro e una batteria decisamente più presente. L’intervento è evidente già in Taxman, ma diventa ancora più interessante in Tomorrow Never Knows, dove la complessa sovrapposizione di effetti, percussioni e voce assume una profondità completamente diversa.

Pink Floyd – Animals

Animals è un altro caso in cui il remix non si limita a rendere il disco più brillante. James Guthrie ha lavorato sul materiale originale per ottenere il cosiddetto “2018 Remix” pubblicato poi nel 2022, correggendo alcuni dei problemi di equilibrio del mix del 1977.

La differenza si percepisce soprattutto nella definizione della sezione ritmica e nella maggiore separazione degli strumenti. Dogs, per esempio, acquista una dimensione molto più profonda, con chitarre, tastiere, basso e batteria che occupano posizioni più facilmente identificabili.

È interessante anche perché l’edizione consente un confronto diretto. Il Blu-ray contiene infatti il nuovo mix stereo a 24 bit/192 kHz, il mixing multicanale 5.1 a 24/96 e il mix stereo originale del 1977 anch’esso a 24/192. Per lo streaming, la versione remixata è quindi particolarmente interessante per chi possiede un DAC e un sistema sufficientemente rivelatore. Non serve necessariamente un impianto multicanale, visto che anche il nuovo stereo evidenzia differenze che in CD erano molto meno immediate.

Yes – Fragile

Il progressive rock è probabilmente il genere che più ha beneficiato della possibilità di rimettere mano ai multitraccia e un classico assoluto del prog come Fragile degli Yes è un esempio quasi didattico. Steven Wilson ha affrontato il remix nel 2015 partendo dalle registrazioni originali e cercando di conservare il carattere del mix storico, aumentando però la separazione tra gli strumenti. La differenza è evidente soprattutto nei passaggi in cui basso, batteria, chitarra, tastiere e voce si sovrappongono in maniera molto complessa.

Il basso di Chris Squire acquista maggiore leggibilità, la batteria di Bill Bruford diventa più articolata e le tastiere di Rick Wakeman emergono con una precisione che il vecchio stereo spesso non riusciva a garantire. La voce di Jon Anderson, inoltre, sembra avere una posizione più naturale all’interno del palcoscenico.

Gli stessi Yes ricordano esplicitamente come i precedenti remaster dell’album fossero intervenuti soprattutto sul master stereo attraverso equalizzazione e compressione, mentre il nuovo remix permetteva di lavorare separatamente sulle singole tracce. L’edizione di Wilson comprende stereo hi-res 24/96, 5.1 e anche il trasferimento flat dell’originale.

King Crimson – Red

Se Red era già un’incisione potentissima nel 1974, il remix di Steven Wilson (ancora lui!) del 2009 realizzato assieme a Robert Fripp riesce a far capire ancora meglio perché in quel periodo il trio fosse una macchina ritmica così particolare. Wilson è tornato ai nastri originali con un approccio volutamente poco invasivo, con lo scopo di aumentare la chiarezza mantenendo intatta la forza delle registrazioni.

Il risultato è impressionante soprattutto per la batteria. Bill Bruford acquista spazio e definizione, mentre il basso di John Wetton smette in molti passaggi di essere una componente indistinta del muro sonoro e la chitarra di Robert Fripp, già aggressiva nell’originale, diventa più leggibile nei suoi dettagli armonici. È un ottimo esempio di remix che non cerca di modernizzare artificialmente il disco. Il carattere analogico e ruvido rimane, ma la disposizione degli strumenti è molto più comprensibile.

Genesis – Selling England by the Pound

Il catalogo Genesis è uno dei terreni più interessanti per chi vuole confrontare vecchi mix stereo, remaster e nuove versioni surround. Selling England by the Pound, remixato nel 2008 da Nick Davis, mostra quanto il progressive possa guadagnare dalla ricostruzione del palcoscenico.

Firth of Fifth è probabilmente il test più immediato. Il pianoforte iniziale acquista presenza e profondità, mentre quando entrano basso, batteria, chitarra e Mellotron l’organizzazione dello spazio diventa molto più evidente. Ancora più interessante è The Cinema Show, dove la lunga sezione strumentale beneficia enormemente della separazione dei piani sonori. Il mix 5.1 a 24/96 è stato pubblicato anche su SACD, DVD e Blu-ray, con quest’ultimo disponibile in DTS-HD Master Audio.

Anche ascoltato in stereo, il remix permette di seguire con maggiore facilità le singole linee musicali. Per un disco costruito proprio sulla sovrapposizione di strumenti e timbri, è una differenza sostanziale.

Jethro Tull – Songs from the Wood

Con i Jethro Tull, Steven Wilson ha trasformato il lavoro sui cataloghi storici in una sorta di specializzazione. Songs from the Wood è uno degli esempi più riusciti perché l’originale possiede già un’enorme quantità di informazioni sonore, ma tende a impastare alcuni strumenti.

Nel remix del 2017 il flauto di Ian Anderson emerge con maggiore naturalezza, mentre chitarre acustiche, mandolino, basso, batteria e strumenti folk occupano posizioni più leggibili. La differenza è particolarmente evidente nei brani più stratificati, dove l’originale poteva diventare affollato. La ristampa comprende anche il trasferimento flat del master originale in 96/24, permettendo quindi un confronto estremamente interessante tra vecchio e nuovo mix.

È proprio questo tipo di confronto a rendere preziose le migliori edizioni anniversary. Non bisogna necessariamente decidere quale versione sia “giusta”, ma si può finalmente ascoltare cosa è cambiato.

Tears for Fears – The Seeds of Love

Passiamo al pop sofisticato di fine anni ’80. The Seeds of Love è un caso particolarmente complesso perché le sessioni durarono circa quattro anni e produssero una quantità enorme di materiale e versioni differenti, tanto che Steven Wilson ha raccontato di aver lavorato su qualcosa come 200 nastri durante la realizzazione del remix nel 2020.

Qui il vantaggio del remix consiste soprattutto nel rendere intelligibile una produzione estremamente densa. Woman in Chains diventa un banco di prova magnifico per voce, batteria, basso, pianoforte e arrangiamenti orchestrali, mentre in Sowing the Seeds of Love il remix permette di seguire con maggiore precisione i continui cambi di prospettiva della produzione.

È un album che in hi-res può sorprendere anche chi lo conosce da decenni. La quantità di microinformazioni contenute nella registrazione è infatti tale che un impianto trasparente restituisce dettagli quasi nascosti nelle precedenti versioni.

Marillion – Misplaced Childhood

Il progressive degli anni Ottanta presenta un problema diverso, a causa di produzioni spesso molto compresse, sintetizzatori abbondanti e batterie trattate in modo aggressivo. Misplaced Childhood dei Marillion è quindi un’interessante dimostrazione di quanto possa cambiare la percezione di un album con un nuovo approccio al mix.

La ristampa deluxe del 2017 contiene il remix in 5.1 di Steven Wilson e una remaster stereo in alta risoluzione a 96 kHz/24 bit. Il vantaggio del remix si percepisce soprattutto nella relazione tra batteria, basso e tastiere. La voce di Fish risulta meno schiacciata dentro l’arrangiamento e le chitarre di Steve Rothery hanno maggiore spazio per respirare.

Kayleigh è il brano più facile per un confronto immediato, ma è soprattutto l’ascolto dell’album dall’inizio alla fine a mostrare la differenza. La struttura continua di Misplaced Childhood rende infatti fondamentale il rapporto tra le varie sezioni e il nuovo mix contribuisce a renderlo più leggibile.

Porcupine Tree – In Absentia

Con In Absentia entriamo in un territorio più moderno. Non si tratta quindi di correggere un vecchio mix stereo problematico degli anni Sessanta o Settanta, ma di rivalutare un album già nato in digitale e prodotto secondo criteri contemporanei.

Steven Wilson ha realizzato nel 2017 nuovi mix stereo e 5.1, oggi disponibili anche nelle edizioni deluxe insieme al materiale aggiuntivo. Il cambiamento è particolarmente evidente nella batteria di Gavin Harrison. La precisione dei transienti, il rapporto tra cassa e basso e la separazione delle chitarre rendono il remix estremamente interessante per un sistema hi-fi. The Sound of Muzak è un ottimo banco di prova per la dinamica e per il controllo delle basse frequenze, mentre Blackest Eyes mette in evidenza la capacità dell’impianto di mantenere separati più elementi contemporaneamente.

È anche uno dei casi in cui la differenza tra un impianto semplicemente piacevole e uno realmente trasparente emerge con maggiore chiarezza.

Deep Purple – Machine Head

Chiudiamo con un classico assoluto come Machine Head dei Deep Purple, la cui edizione Super Deluxe del 2024 contiene i nuovi mix stereo e Dolby Atmos realizzati da Dweezil Zappa, affiancati dal remaster dell’album originale del 1972 e dal mix quadrifonico del 1974.

È una ristampa molto interessante perché permette di confrontare più generazioni di trattamento dello stesso materiale. Highway Star mette subito in evidenza la nuova separazione tra chitarre, basso, batteria e organo, mentre Smoke on the Water mostra quanto possa cambiare la percezione di un riff conosciuto praticamente da chiunque.

Il nuovo mix non cerca di trasformare Machine Head in un disco moderno nel senso commerciale del termine, ma di rendere più leggibili le singole componenti della registrazione. Per un album hard rock costruito su una sezione ritmica poderosa e sulle interazioni tra chitarra e organo, è una differenza tutt’altro che marginale.

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