Vi siete mai domandati perché mai, tra i tanti generi musicali disponibili, avete scelto di ascoltarne uno in particolare, piuttosto che un altro? Oppure come mai determinati suoni proprio non riuscite a sopportarli?
Riflettere su quale sia stato il motivo che spinge ad ascoltare – ovvero a selezionare – un determinato genere musicale piuttosto che un altro, anche considerando che la musica crea un’intima connessione con le emozioni che proviamo ascoltandola, può portare alla scoperta di interessanti aspetti cui talvolta nemmeno si pensa.
Per quanto mi riguarda, fin da bambino sono entrato in contatto con la musica tramite una piccola radio a valvole che mio padre utilizzava per seguire la cronaca delle partite di calcio la domenica.

Ascoltavo un po’ a caso, e ciò che usciva da quella simpatica ed un po’ misteriosa scatola in legno di radica – in fondo ero solo un bambino, non certo in grado di comprendere come potesse la musica provenire da quello strano aggeggio – era per me assai affascinante, tanto da ricordarne perfettamente la calda voce e soprattutto il caratteristico odore che emanava quel piccolo apparecchio.
La Hit Parade era il mio programma preferito, nota trasmissione musicale condotta per chi lo ricorda dal mitico Lelio Luttazzi, che ogni venerdì alle 13 dopo la scuola mi teneva compagnia per un po’.
Sia come sia, quelli furono gli inizi, piacevoli momenti sonori nei quali le mie orecchie iniziarono a prendere confidenza con la musica, una vera e propria palestra; ero un ascoltatore onnivoro, un po’ perché non è possibile intervenire nella programmazione, ed un po’ a causa della curiosità che mi spingeva a cercare su altri canali ciò che avrebbe maggiormente soddisfatto le mie preferenze.
Iniziai quindi a sentire Radio Vaticana ed altre trasmissioni RAI che all’epoca andavano per la maggiore; quindi musica classica e jazz, ed anche se le incursioni erano sporadiche, senza rendermene conto stavo iniziando ad espandere i miei orizzonti.
La domanda resta comunque in piedi: cosa esattamente ha influito sulla scelta?
La risposta potrebbe essere fornita dalle neuroscienze, ovvero lo studio di come il cervello tratta i numerosi segnali elettrici che riceve dai nostri organi di senso, attività che attraverso tecniche di neuroimaging (in breve, la verifica di quali aree del cervello si attivino eseguendo determinati compiti) può essere monitorata al fine di meglio comprendere cosa accada.

Difatti, molti studi hanno dimostrato che molteplici sono le aree coinvolte durante l’ascolto, ciascuna dedita all’interpretazione degli elementi che compongono la musica: melodia, armonia, ritmica, elaborazione e comprensione del testo.
Un contesto non solo affascinante quindi, anche effettivamente utile per capire quali siano i meccanismi che inducono a scegliere.
Determinati suoni, ad esempio, favoriscono il rilassamento ed il sonno mentre altri fanno l’esatto contrario, e questo accade in virtù dei neurotrasmettitori prodotti durante l’ascolto: rispettivamente dopamina e cortisolo.

Basta quindi riflettere per individuare una prima correlazione con determinati generi, laddove si potrebbe trovare sgradevole un certo sound poiché recepito come troppo adrenalinico oppure soporifero.
Pertanto, la scelta non dipende esclusivamente da noi ma anche dalla reazione fisica vera e propria – chi non ha mai provato una qualche forma di sensazione epidermica ascoltando un brano particolarmente emozionante? – qualcosa che non è possibile gestire in maniera controllata (cosciente) quando si tratta di emozioni; ed è una fortuna che sia così, diversamente saremmo in grado di pilotare ciò che proviamo annullando la spontaneità.
La musica tra l’altro si lega saldamente alla memoria, prova ne sia che ciascuno di noi ha una specie di colonna sonora (il disco del cuore o almeno una canzone) che sottolinea momenti più o meno felici della propria esistenza; guarda caso nel risentirla ci emozioniamo, il che rende evidente la profonda connessione a livello emotivo.

Nel mio caso sono Breakfast in America dei Supertramp e Boston dell’omonimo gruppo, i due manifesti emozionali che da sempre mi porto dietro poiché correlati ad importanti momenti della mia vita; chiaramente ne ho parecchi altri in serbo, ma i due appena citati rappresentano senz’altro un riferimento emotivo certo.
Ebbene, se ripenso a quei momenti – a prescindere dai testi che all’epoca non riuscivo ad interpretare più di tanto a causa dell’ancora traballante conoscenza dell’inglese – mi rendo conto di quanto quella musica fosse “adatta” al periodo che stavo vivendo, di come quei suoni si conformassero perfettamente alla situazione, evidenza del fatto che si incastravano alla perfezione nel contesto.
Oggi sappiamo che non si tratta di un caso – esiste sempre una spiegazione, e scoprirla è parte della passione – e possiamo comprendere come ci sia un “dietro le quinte” a guidare determinate scelte, pertanto, l’infinito piacere che proviamo nell’ascoltare, è dovuto anche al rilascio di endorfine da parte del cervello, non solo quindi dal raggiungimento dei numerosi traguardi che l’appassionato di HiFi si pone.
Per chi volesse approfondire ulteriormente, di seguito un paio di link parecchio interessanti, soprattutto il secondo, dove riscontrerete numerose correlazioni con la passione per l’Alta Fedeltà:
https://www.stateofmind.it/2025/05/musica-neuroscienze/
https://sinfonicadimilano.org/it/articoli/musica-e-cervello-intervista-a-laura-ferreri
Come al solito, ottimi ascolti!!!
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