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Vino e Musica: Dave Brubeck con Time Out e il Pinot Nero di Franz Haas

Dave Brubeck. La particolarità di questo disco sta nell’immagine di rottura che rappresentò all’epoca della pubblicazione presso il pubblico appassionato di jazz. Ma non solo, la sua notorietà è dovuta ad un brano contenuto in questo seminale lavoro noto anche al pubblico meno addentrato e talvolta davvero lontano dal genere.

Dave Brubeck. Ebbene, accade spesso che pur non volendo alcuni brani contenuti in dischi di cui non si conosce nemmeno lontanamente l’esistenza, si fissino nella mente nemmeno li avessimo ascoltati migliaia di volte. A ben vedere però è così, il nostro cervello raccoglie di continuo informazioni che poi processa decidendo quali ritenere e quali eliminare, diversamente impazziremmo, ma dietro questo lavoro si nascondono a volte decisioni che ci permettono, malgrado non si sia appassionati del genere, di mantenere in memoria un motivo, un assolo, una melodia legata ad una canzone, cosa che nel caso di questo disco è rappresentata da Take Five – brano assolutamente noto che nacque in origine per sostenere il magistrale assolo di Joe Morello e dei suoi tamburi – che a prescindere dal titolo, legato alla scansione ritmica (appunto in 5/4), è conosciutissimo anche ai non addetti ai lavori.

Ed è per l’appunto l’insolita ritmica che contraddistingue questo lavoro, nato in un epoca (1957) in cui il cool, ovvero quel tipo di jazz definibile “bianco”, suonato cioè da musicisti non di colore, meno caratterizzato e forse più cantabile di quello usualmente associato ai neri, era maggiormente eseguito. Tutti i pezzi contenuti in questo disco sono in effetti caratterizzati da tempi dispari, ritmi talmente ben maneggiati che all’ascolto è difficile accorgersi di quanto la ritmica sia effettivamente complessa: Blue Rondò a là Turk, ad esempio, parte in 9/8 per poi passare agli usuali 4/4 al fine di favorire l’assolo di Desmond, ma abbiamo anche un walzer, ovvero un brano in 3/4, come Three To Get Ready e via discorrendo, insomma un disco parecchio dinamico dal punto di vista della metrica, assolutamente non convenzionale.

A parte Dave Brubeck al pianoforte quindi, vero deus ex machina dell’operazione, lo accompagnano una serie di eccellenti comprimari che all’epoca erano parte del suo gruppo: il notevole e mai sopra le righe Paul Desmond, Eugene Wright al contrabbasso (l’unico di colore) ed il mitico Joe Morello, la cui progressione ritmica è assolutamente irresistibile, responsabile dei vari assoli reperibili all’interno di questa seminale opera, ma soprattutto, esecutore dell’assolo presente in Take Five, dove si fa fatica a pensare che abbia solo due braccia e riesca a svincolarsi in modo tanto sciolto dal contesto, quasi una specie di astrazione, il bello è che la cosa appare del tutto naturale, mai forzata. Questo pezzo fu in seguito ripreso da Al Jarreau, che trasformò in testo la nota melodia facendone un cavallo di battaglia da eseguire nei suoi concerti, erano gli anni ‘70.

E veniamo, come al solito, alla qualità sonora espressa da questo disco di Dave Brubeck. Detto di quella artistica, seppure necessariamente in breve, la parte audio fu all’epoca curata da quel mago della consolle che era Rudy Van Gelder, colui che ha letteralmente creato il suono della Blue Note tanto per intenderci, il tipetto presso la cui abitazione/studio a Englewood Cliffs si riuniva all’epoca il Ghota del jazz al fine di fissare ad imperitura memoria le proprie performance sui nastri analogici che sarebbero successivamente diventati golosa merce per le varie riedizioni susseguitesi negli anni. La cifra sonora è davvero ottima, ogni strumento è perfettamente inserito all’interno di un palcoscenico virtuale giustamente ampio, dove la profondità forse latita un po’ ma tutto sommato, ovvero considerando l’epoca che per quanto Van Gelder fosse un fenomeno la tecnologia aveva in ogni caso i sui limiti, ha del miracoloso. Tra tutti gli strumenti, almeno a mio modesto avviso, sono il sassofono e la batteria ad essere destinatari del trattamento migliore; intendiamoci, non è che pianoforte e contrabbasso siano mal ripresi, ci mancherebbe, ma se proprio devo scegliere, la batteria di Morello si presenta incredibilmente reale, pelli e piatti sono ripresi in modo superbo, mentre il sassofono suonato da Desmond appare quanto mai morbido e ricco di armoniche, mai stridulo in ogni caso.

All’epoca l’edizione originale di questo capolavoro di Dave Brubeck fu curata dalla Columbia e le versioni oggi reperibili si trovano su CD e vinile riedito dalla Sony, entrambe ottimamente suonanti, il che rende effettivamente difficoltoso consigliare l’una o l’altra, diciamo che non si rischiano tranelli.

Come sempre, buon ascolto!

Dave Brubek

Il vino suggerito da Doctorwine.it

Il jazz raffinato di Dave Brubeck implica un abbinamento con un vino altrettanto elegante, perciò  paragonabile alla piacevolezza e alla grazia con la quale i brani dell’album Time Out sono eseguiti. Ho pensato perciò a un Pinot Nero. E tra tutti quelli che si producono in Italia ho scelto quello che quest’anno abbiamo ritenuto il migliore della sua tipologia sulla Guida Essenziale 2021 di DoctorWine. Si tratta dell’Alto Adige Pinot Nero Schweizer 2016 di Franz Haas. Deriva da uve Pinot Nero, matura in barriques e in tonneaux rispettivamente da 225 e 500 litri per 15 mesi. Il colore è rubino intenso e luminoso. I profumi sono eleganti e articolati, si possono sentire note di ribes, fragoline selvatiche, spezie, cardamomo in particolare, poi tabacco e cuoio. Il sapore è pieno, con la componente tannica accennata e non invadente, il corpo è elegante e di ottima persistenza.

In enoteca costa circa 40 euro.

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