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AMPLIFICATORE MAGNAT MA900 – PART TWO (L’ASCOLTO)

Nella scorsa puntata abbiamo passato in rassegna le caratteristiche tecniche salienti e descritto con dovizia di particolari le dotazioni del MAGNAT MA900, eccellente rappresentante della categoria amplificatori integrati ibridi: è ora il momento di verificare le prestazioni sonore.

 

MAGNAT MA900: ASCOLTO E PRESTAZIONI

Bene, eccoci finalmente giunti alla seconda parte dell’articolo, la più golosa, quella su cui chi ha avuto la ventura di seguirci fino a questo punto si concentra maggiormente: l’ascolto.

Rapidamente quindi, vediamo l’impianto utilizzato per il test d’ascolto come si compone: per la parte analogica abbiamo un giradischi Sony PS-1730, esemplare vintage a cinghia completamente restaurato e pesantemente modificato nonché dotato di testina MM Sumiko Pearl, a seguire un lettore digitale Marantz CD/SACD modello SA7001 in unione a diffusori Polk Audio SDA 1C, il tutto connesso con cavi di buona qualità ma senza eccessi.


Un sistema normale quindi, come quello potenzialmente e mediamente rintracciabile nelle abitazioni dei comuni appassionati, non avrebbe d’altronde alcun senso utilizzare costosissimi esponenti di quell’aristocrazia dell’audio cui pochi hanno accesso, preferiamo stare con i piedi per terra.

All’atto dell’accensione, il display inizia un conto alla rovescia di trenta secondi esatti durante il quale le valvole hanno il tempo di riscaldarsi, si evitano così indesiderati rumori provenienti dai diffusori ottenendo una prima stabilizzazione dei circuiti. Trascorso questo tempo è possibile verificare che nessun rumore spurio si ode tramite i diffusori, il silenzio è totale, cosa che conforta anche relativamente al rapporto S/N.

Tramite il selettore degli ingressi è quindi possibile scegliere la sorgente da utilizzare, sempre evidenziata dal display ed ovviamente, in ossequio al velato suggerimento relativo all’analogico rappresentato dai connettori di più alta qualità di cui dicevamo prima, iniziamo proprio con il giradischi!

MAGNAT MA900: L’ASCOLTO IN ANALOGICO

Dopo un opportuno riscaldamento, metto sul piatto un disco di sicura qualità, sia tecnica che artistica – “Tenor Madness” del buon Sonny Rollins su vinile ANALOGUE PRODUCTION da 180 grammi – aprendo ufficialmente la sessione di ascolto.

Appare fin da subito la caratteristica che per tutto il tempo trascorso ad ascoltare questo amplificatore resterà immutabile: la qualità e l’immanenza del basso, davvero encomiabili, caratteristica che in unione alla morbidezza delle valvole dello stadio di preamplificazione fa la differenza.

Le basse frequenze, infatti, sono di una morbidezza e di una robustezza non sempre riscontrabili con facilità, anzi, non è affatto infrequente assistere ad una riproduzione che tentando di rendere evidenti i dettagli – ma quanti ce ne sono in questa benedetta musica?? – sconfina in quel tipo di timbrica asettica ed innaturale che personalmente detesto. Suoni fin troppo aperti ed asciutti che poco hanno da condividere con l’evento originale.

Non in questo caso, dove il decadimento sonoro, probabilmente per merito delle valvole, è più che ben rappresentato, ricco di armoniche e giustamente allungato nel tempo, tale cioè da non stoppare il suono in modo prematuro impoverendolo, rendendolo sterile.

La timbrica degli strumenti è rispettata piuttosto fedelmente, aspetto che rende la riproduzione veritiera e coerente con quelle che sono le caratteristiche precipue di ogni singolo strumento. In questo caso parliamo di un quartetto + 1 (il mai troppo lodato Coltrane): logico quindi attendersi un pianoforte ben ricostruito nelle sue risonanze, un contrabbasso giustamente immanente e corposo ed una batteria correttamente risonante senza troppi aloni che ne rendano confusa l’emissione. In tutto questo il sassofono di Rollins appare innestato a meraviglia, denso, materico ed avanzato, come giusto che sia essendo lo strumento solista, e parimenti ben riprodotto lo è quello di Coltrane, la cui emissione è certamente differente.

Proseguo con un altro bel vinile di recente produzione – Mark Knopfler e l’eccellente “Down the road wherever” (British Grove Records – 2018) – caratterizzato da una presa di suono sempre molto accurata, come d’altronde si riscontra puntualmente in tutti i lavori di questo brillante musicista.

Si conferma la cifra sonora vellutata ma definita riscontrata col disco precedente, ove ad un giusto e naturale dettaglio si accompagna una bella spazialità ed una timbrica assai corretta. Questo depone a favore dell’ingresso fono, evidentemente ben studiato al fine di connotare in maniera congrua la sonorità con quelle che sono le migliori caratteristiche dell’analogico, morbidezza, calore e corpo.

Per correttezza, segnalo che non è stato possibile condurre un ascolto dell’ingresso MC a causa dell’indisponibilità di un esemplare di fonorivelatore congruo, ma se tanto mi da tanto, ho l’impressione che di (sgradite) soprese non ce ne saranno.

Non c’è che dire, davvero un ottima prestazione.

MAGNAT MA900: L’ASCOLTO IN DIGITALE

Passo quindi al digitale, ovvero al lettore MARANTZ SA7001, ancora oggi più che valido esponente di quella genia di lettori che strizzavano l’occhio al formato SACD considerato allora più che promettente.

Il DAC utilizzato in questo lettore è il Cirrus Logic CS4397 – stesso marchio di quello presente nell’amplificatore quindi sebbene versione precedente – il che rende possibile verificare quali avanzamenti siano stati effettivamente fatti nel tempo circa i suddetti convertitori D/A.

Inizio con un lavoro di sicuro impatto in grado di evidenziare alterazioni timbriche o sonorità meno che perfette eventualmente prodotte dall’integrato: “Move” dell’Hiromi Trio Project su etichetta TELARC, disco del quale potete leggere la recensione qui allo scopo di meglio comprenderne le caratteristiche salienti.

L’attacco delle note di pianoforte nel brano omonimo è praticamente perfetto: corpose, risonanti, nette e precise come una pallottola, evidenziano una ferrea gestione da parte dello stadio finale dell’ampli che come sapete, essendo a stato solido, riesce a garantire un transiente pulito, rapido e privo di sbavature. Appare in ogni caso evidente il contributo dei tubi, allorquando un certo calore ne connota l’emissione stemperando la potenziale asciuttezza esprimibile in casi come questo.

Del pari preciso è l’incastro del basso e della batteria nell’indubbiamente complessa rappresentazione sonora caratteristica di quest’artista – ove di certo non può parlarsi di un pezzo facile – assai frastagliata nella metrica e nell’apparente sconclusionato gioco strumentale.

L’ostinato del basso di Jackson sorregge a meraviglia le funamboliche volate sulla tastiera, mentre il drumming incisivo e meravigliosamente astratto di Phillips riempie a meraviglia lo spazio sonoro.

Non posso non sottolineare come – in mancanza di un’energica spinta propulsiva proveniente dal basso, connotato nel quale questo amplificatore non è di certo carente, anzi – questo pezzo rischierebbe di essere assai sgradito alle orecchie poiché, impoverito nel corpo, risulterebbe assimilabile ad un difficilissimo virtuosismo tecnico più simile ad un esercizio che ad una composizione.

Proseguo con un opera che personalmente reputo un riferimento da molto tempo – Joshua Redman “Moodswing” (WB – 1994) – disco caratterizzato da una registrazione davvero ben fatta opera del mitico James Farber, tecnico dalle orecchie alquanto fini in grado di estrarre fino all’ultima goccia di qualità dalle registrazioni.

Da sempre, l’incipit iniziale del brano “Sweet Sorrow” – connotato dal contrabbasso suonato da Christian McBride – è la cartina di tornasole che utilizzo per valutare le basse frequenze riprodotte sia da amplificatori che diffusori. Le due note suonate sono in grado di rendere evidente fin da subito la cifra sonora caratteristica la quale, in mancanza del giusto sostegno in basso, risulterà inevitabilmente inconsistente e scarsamente risonante come qualche volta ho avuto modo di verificare in altri contesti, cosa che alleggerisce in modo oltremodo fastidioso la riproduzione di questo immanente strumento. Chiaramente non è questo il caso.

Molto bello il pianoforte, definito e ben collocato in ambiente, ed altrettanto può dirsi della batteria le cui pelli, ora percosse ora accarezzate da Blade, sono rese in maniera particolarmente realistica, così come i piatti, metallici al punto giusto. Il sassofono di Redman è davvero uno spettacolo, caldo e corposo, nonché accompagnato dal caratteristico rumore dell’ancia che il nostro non manca di sollecitare a dovere.

A questo punto – utilizzando le stesse identiche tracce – effettuo un confronto con il DAC interno all’integrato, non solo per verificare eventuali differenze dovute alle diverse circuitazioni coinvolte ma anche, o forse soprattutto, per capire se gli anni trascorsi abbiano effettivamente apportato “novità eclatanti” dal punto di vista qualitativo, ovvero se la riproduzione si sia giovata degli avanzamenti della tecnica.

Ebbene, in tutta sincerità, non ho riscontrato differenze timbriche tali da farmi sobbalzare sul divano, e se devo dirla tutta in un certo qual senso me l’aspettavo, d’altronde sia il lettore che l’integrato sono evidentemente già ben equipaggiati, ragione per cui differenze timbriche drammatiche ed abissali – come molti audiofili si aspettano talvolta – non si sono affatto manifestate, l’unica cosa emersa è stato un leggero aumento della spazialità insieme ad un lievissimo arrotondamento dell’estremo superiore, ma davvero poca cosa, difficile per altro da identificare in modo netto.

Cosa vuol dire? Ognuno interpreti come preferisce ma tant’è.

Relativamente alla connessione Bluetooth tutto è filato liscio, rapidissima l’identificazione del dispositivo e stabile la connessione; ovviamente la prestazione sonora dipende dalla risoluzione del materiale inviato, in ogni caso non è emerso alcun problema.

MAGNAT MA900: CONCLUSIONI

Eccoci giunti al termine, e mai come in questo caso le conclusioni sono facili da scrivere.

L’amplificatore si presenta molto bene, costruzione e finitura sono davvero eccellenti, come non sempre si riscontra purtroppo, quando la plastica prende un po’ troppo il sopravvento dando luogo a realizzazioni che pur non proprio economiche, lasciano talvolta a desiderare circa l’impressione di robustezza e durata nel tempo.

Pugno di ferro in guanto di velluto mi verrebbe da dire, affermazione forse fin troppo abusata ma che appare in ogni caso essere giusta metafora per delineare in poche parole quello che questo amplificatore è in grado di offrire: potente ma aggraziato, morbido ma definito, scevro da eccessivi manierismi, è certamente in grado di dare molta soddisfazione a chi deciderà di acquistarlo.

Altra caratteristica che personalmente ritengo degna di nota, risiede nel connotato di pienezza espresso a basso livello, aspetto questo che consente ascolti a volume non troppo elevato senza degradare il segnale in modo eccessivo; per ascolti a livello oltremodo basso esiste pur sempre il loudness.

Alla luce delle notevoli prestazioni esibite, considerando che non sono molte le soluzioni presenti sul mercato in grado di offrire così tanto – mi vengono in mente altri esponenti ma a costo decisamente più elevato – il prezzo di vendita del MAGNAT MA900 deve essere considerato molto favorevolmente.

Come sempre, ottimi ascolti!

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