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Come regolare manualmente il subwoofer in un impianto stereo

subwoofer stereo

Una breve guida per impostare manualmente un subwoofer in un impianto stereo tra collegamenti, posizione, taglio di crossover, fase, livello e ottimizzazione dei bassi

Regolare un subwoofer in un impianto stereo senza alcun tipo di correzione ambientale automatica significa prendersi carico di tutto ciò che normalmente farebbe il software: integrazione tonale, coerenza temporale, gestione del punto di crossover e controllo delle risonanze della stanza. È un lavoro più lungo ma spesso anche l’unico possibile, visto che non tutti hanno amplificatori che supportano nativamente sistemi come YPAO, Audissey e Dirac e, anche se li hanno, magari non vogliono spendere ulteriori soldi per un microfono calibrato migliore di quello compreso con l’amplificatore, o non hanno alcuna esperienza di software di analisi audio come REW utili per ottimizzare il risultato finale.

Collegamenti: scegliere il percorso del segnale

Per integrare un subwoofer in un impianto puramente stereo facendolo così diventare un sistema a 2.1 canali, si hanno essenzialmente due strade a livello di connessioni: uscita pre out/sub del preamplificatore o dell’amplificatore integrato verso l’ingresso linea del subwoofer, oppure collegamento ad alto livello (speaker level) prelevando il segnale dai morsetti per i diffusori dell’amplificatore.

Nel primo caso (preferibile perché garantisce un segnale pulito e facilmente controllabile), il subwoofer riceve lo stesso segnale linea che andrebbe al finale o alla sezione finale dell’integrato e lavora con la propria sezione di guadagno e filtro passa‑basso. Quest’ultimo è un processo di elaborazione del segnale che permette il passaggio delle frequenze basse al di sotto di una certa soglia (chiamata frequenza di taglio) e attenua progressivamente quelle più alte


Se invece, in maniera un po’ “old school”, si collega il sub direttamente ai morsetti dell’amplificatore (in parallelo ai diffusori principali), il subwoofer non riceve un segnale “pulito” dal preamplificatore, ma esattamente lo stesso segnale già amplificato che arriva ai diffusori. Questo significa che il sub “vede” tutte le colorazioni, le distorsioni armoniche leggere e il carattere timbrico specifico dell’amplificatore. Non è insomma il modo migliore, ma è anche l’unico se il vostro amplificatore non ha un’uscita pre o sub.

Posizionamento: stanza, pareti e “subwoofer crawl”

Il posizionamento del subwoofer nella stanza decide in larga parte quanto il lavoro sui controlli posteriori sarà efficace. L’interazione con pareti, angoli, pavimento e soffitto genera infatti rinforzi (modi stazionari) e cancellazioni che possono rendere il basso gonfio, vuoto o irregolare.

Un metodo empirico che funziona sorprendentemente bene è il cosiddetto “subwoofer crawl”. Si posiziona temporaneamente il sub nel punto di ascolto principale, si riproduce in loop un brano con una linea di basso ben riconoscibile, quindi ci si sposta a carponi lungo il perimetro della stanza, ascoltando come cambia la risposta alle varie posizioni in cui realisticamente si potrebbe collocare il sub. Il punto in cui i bassi risultano più pieni, controllati e privi di buchi evidenti diventa il candidato ideale per la posizione definitiva del subwoofer.

Nei sistemi stereo privi di bass management, alcuni produttori suggeriscono posizioni più “geometriche”, per esempio con il sub centrato tra i due diffusori frontali in modo da preservare la coerenza dell’immagine centrale e permettere eventualmente un punto di crossover un po’ più alto con mini‑diffusori. Tuttavia, se la stanza è problematica e con forti risonanze, può essere necessario abbandonare la simmetria ideale e privilegiare un posizionamento asimmetrico che minimizzi i nodi modali più evidenti.

Un buon compromesso iniziale prevede il sub lungo la linea dei diffusori principali, ma leggermente decentrato rispetto al centro e a debita distanza dagli angoli estremi, lasciando poi che l’ascolto e qualche spostamento di pochi decine di centimetri definiscano il punto migliore.

q sub

Crossover: cucire il subwoofer ai diffusori

Il cuore dell’integrazione è la scelta della frequenza di crossover, ovvero il punto in cui il sub inizia a prendere in carico la gamma bassa lasciata dai diffusori principali. Senza un processore che imponga automaticamente filtri passa‑alto ai diffusori, ci si muove in regime “ibrido”, in cui i diffusori continuano a scendere per conto loro e il sub interviene a rinforzo nelle ottave più basse.

Il trucco per evitare sovrapposizione eccessiva sta nell’impostare il crossover sul sub in modo che la zona dove sia i diffusori, sia il sub stesso emettono suono sia minima e ben allineata. Se per esempio impostate il crossover del sub sotto i 50 Hz, solo il sub lavora (bassi puri e profondi), mentre tra 50 e 70-80 Hz si entra in una zona ibrida di sovrapposizione, dove i diffusori stanno già perdendo colpi ma contribuiscono ancora un po’ e il sub inizia a spingere (in questo modo, si mantiene coerenza timbrica).

Sopra gli 80 Hz si inizia a localizzare il sub nella scena sonora e l’immagine stereo comincia a sfaldarsi, mentre con un crossover troppo alto come a 120 Hz si avverte un “doppio basso”: quello dei diffusori (localizzabile a sinistra/destra) più quello del sub, con rinforzi innaturali e un effetto di rimbombo. Se invece il crossover è troppo basso (per esempio 40 Hz), si crea un buco percepito intorno ai 50-70 Hz, dove i diffusori sono deboli ma il sub non è ancora al massimo.

A volte, per chi non è molto esperto in materia, la tentazione è impostare un crossover troppo alto per “aiutare” in gamma bassa diffusori piccoli, accompagnando questa impostazione con un livello di volume del sub troppo contenuto. Il risultato? Un basso gonfio e invadente che altera il bilanciamento tonale complessivo. Molti produttori suggeriscono invece di partire da un’impostazione prudente, con il crossover del sub posizionato più in basso rispetto al limite basso dichiarato dei diffusori, per poi lavorare a piccoli passi, alternando micro‑regolazioni di taglio e livello.

subwoofer stereo

Immaginate dei diffusori che iniziano a perdere “energia” attorno ai 60–70 Hz per limiti di escursione del cono o risonanze del cabinet. Un buon punto di partenza per il sub può essere fra i 50 e i 60 Hz, verificando in brani con contrabbasso, grancassa e synth a bassa frequenza se il passaggio fra diffusori e sub è percepibile. Se sentite un rigonfiamento attorno alla zona del crossover, provate ad abbassare leggermente la frequenza di taglio o a ridurre di poco il guadagno; se invece percepite un buco in gamma bassa, può essere necessario alzare di uno step il crossover o incrementare il livello del sub.

È fondamentale ricordare che guadagno e crossover non sono parametri indipendenti. Più si alza la frequenza di crossover, più il volume percepito del sub crescerà nella zona del taglio, obbligando a ritoccare la manopola del livello per mantenere un equilibrio naturale. Procedere con calma torna spesso più efficace che cercare di azzeccare subito la combinazione perfetta, perché permette di affinare gradualmente la transizione fino a renderla di fatto inavvertibile.

Integrare, non esibire il basso

La regolazione del livello del subwoofer è tanto psicologica quanto tecnica. L’orecchio tende infatti a preferire un po’ di “enfasi” in basso, specialmente a volumi moderati, ma l’obiettivo di un sistema hi‑fi musicale è l’equilibrio, non l’effetto spettacolare. Un approccio sensato consiste nel partire da una posizione di guadagno intermedia suggerita dal produttore, ascoltare per una ventina di minuti per permettere all’alimentazione e al driver di stabilizzarsi, e solo dopo intervenire.

In questa fase conviene utilizzare brani che si conoscono molto bene, con linee di basso articolate e buona dinamica. Mentre ascoltate, concentratevi su voci e strumenti nella gamma medio‑bassa e chiedetevi se il sub li stia ingrossando in maniera artificiale o se stia semplicemente estendendo le fondamenta in gamma profonda. Se la sensazione è quella di un basso che ruba la scena a tutto il resto, scendete di un piccolo step per volta finché la presenza del sub diventa avvertibile solo quando lo spegnete.

Un trucco utile è proprio il confronto A/B. Ascoltate un brano intero con il sub acceso, poi fatelo di nuovo ma con il sub spento, mantenendo invariato il volume generale dell’impianto. Un’integrazione ben riuscita deve dare l’impressione che il sistema senza sub suoni improvvisamente un po’ più “magro”, ma non eccessivamente diverso in termini di timbrica generale. Il sub deve infatti aggiungere profondità e controllo, non una nuova personalità al vostro impianto.

Fase e allineamento temporale: quando il basso scompare o esplode

La fase è uno dei parametri più fraintesi, ma decisivi per la coerenza dei bassi. In termini pratici, il controllo di fase di un subwoofer serve ad allineare il movimento del cono del sub a quello dei diffusori principali. Quando ad esempio la grancassa spinge, tutti i driver dovrebbero muoversi “nella stessa direzione” percepita, invece di annullarsi parzialmente l’un l’altro.

Su molti sub si trova solo un interruttore 0/180 gradi. In questo caso, la procedura più semplice è posizionare il sub nel punto prescelto, impostare crossover e livello a un valore già ragionevole, sedersi nella posizione d’ascolto e alternare le due posizioni di fase ascoltando un passaggio con colpi di cassa netti e ripetuti. L’impostazione corretta è quella che restituisce un basso più pieno, definito e “avanzato” nella stanza, senza perdere controllo o precisione.

Quando invece il controllo di fase è continuo o “a step”, si può eseguire un processo più raffinato e completo. Scaricate sul vostro smartphone un’app gratuita come Decibel X o Spectroid che funga da fonometro-spettrometro (o se ne avete già uno fisico, meglio ancora). Con lo smartphone in mano nel posto dove vi sedete di solito per ascoltare musica, scegliete una traccia con una grancassa chiara e definita (di solito il mio brano test è Feel Good Inc. dei Gorillaz). Fate partire la canzone e osservate cosa succede nella schermata dell’app. Se tutto va bene, ogni volta che la grancassa picchia vedrete un picco alto e stretto intorno ai 50-60 Hz che poi scende subito e che coincide con un colpo preciso senza code fastidiose.

L’app mobile Spectroid

Se invece c’è qualcosa di sbagliato, il picco appare largo e gonfio e resta alto (come una specie di collina) tra i 40 e i 100 Hz, con la conseguenza che i bassi iniziano a rimbombare in modo confuso. A questo punto si può risolvere il problema abbassando il crossover del sub di una decina di Hz, magari da 80 a 70, oppure girando la manopola della fase di 180 gradi e riascoltare. Ripetete il processo un paio di volte e vedrete che il picco si stringe e la grancassa prende forma netta e potente senza più quelle code che rovinano tutto.

In alcuni casi, il posizionamento stesso del sub rispetto ai due diffusori principali determina una condizione di sfasamento tale per cui l’unica soluzione pratica è combinare impostazione di fase e angolo di orientamento del sub per ottenere la miglior somma possibile in zona di crossover. Piccoli spostamenti in avanti o indietro rispetto alla linea dei diffusori, uniti a leggere rotazioni del cabinet, possono fare la differenza tra un basso che “respira” con il resto del sistema e uno che rimane sempre un po’ slegato.

Affinare a orecchio ascoltando la musica

Strumenti di misura come generatore di sweep, rumore rosa e microfoni calibrati sono preziosi, ma in un impianto stereo ha ancora senso prendersi il tempo per affinare tutto attraverso l’ascolto prolungato di “musica reale”. Dopo aver raggiunto una base tecnicamente solida (posizione del sub ragionevole, crossover e livello vicini all’ideale, fase ben allineata), conviene tornare ai brani che costituiscono il vostro riferimento emotivo.

Un buon esercizio consiste nel costruire una piccola scaletta che includa un live con batteria acustica, un disco di musica elettronica con sub‑bass profondi, un quartetto jazz con contrabbasso in primo piano e un paio di registrazioni pop/rock ben prodotte. Passando da un brano all’altro, ascoltate con attenzione come il basso si integra con voci, chitarre e ambiente; l’obiettivo è evitare che l’intervento del sub faccia sembrare ogni disco “uguale” in gamma bassa, cancellando le differenze di produzione.

Non abbiate poi fretta di chiudere il cerchio in un’unica sessione. La percezione dei bassi cambia anche con la fatica d’ascolto e con il volume medio a cui usate il vostro impianto, per cui vale la pena riascoltare la regolazione in giornate diverse, magari con volumi leggermente differenti. Con il tempo scoprirete che pochi ritocchi ben ponderati, eseguiti dopo aver vissuto la nuova configurazione per qualche giorno, producono un miglioramento più sostanziale di quanto non farebbe una rivoluzione radicale dei parametri a ogni nuova traccia.

A quel punto il subwoofer smetterà di essere un oggetto “aggiunto” al vostro impianto e diventerà parte integrante del sistema stereo, capace di far emergere la profondità reale delle registrazioni senza tradire il carattere dei diffusori e dell’amplificazione che avete scelto.

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