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Perché l’audio lossless conta fino a un certo punto: il caso YouTube Music e il “mito” della qualità

Nonostante anni di marketing sull’audio lossless e hi-res, YouTube Music Premium cresce più di tutti senza offrirlo. Dati, abitudini d’ascolto e modelli di abbonamento spiegano perché la qualità audio non è il vero motore dello streaming

Da anni l’audio lossless e hi-res viene presentato come la leva decisiva per spingere gli utenti a cambiare piattaforma di streaming o a salire di livello nei vari tier di abbonamento. Eppure, la crescita più rapida, almeno negli Stati Uniti, arriva dall’unico grande servizio che continua a fare a meno di brani in FLAC, di 24-bit/192 kHz e di audio di alta qualità.

Secondo gli ultimi dati di Luminate, negli USA la quota di YouTube Music Premium tra gli utenti paganti è infatti salita dal 20% all’inizio del 2022 al 31% nel terzo trimestre del 2025. Nello stesso arco temporale Apple Music, uno dei principali promotori del lossless come valore distintivo e piattaforma molto forte oltreoceano (così come tutti i servizi legati ad Apple), ha ceduto terreno. Il divario tra promesse tecnologiche e comportamento reale degli utenti spinge così a chiedersi cosa faccia crescere la popolarità di una piattaforma di streaming audio se, come nel caso di YouTube Music, questo “quid” in più non arriva dalla qualità audio.

Un primo elemento emerge osservando l’andamento degli abbonamenti. YouTube Music Premium, che offre brani in formato compresso AAC con un bit-rate massimo di 256 kbps e che al momento non sembra avere alcuna intenzione di aggiungere un piano lossless in stile Spotify, ha aggiunto circa 25 milioni di utenti paganti in un solo anno, raggiungendo quota 125 milioni a marzo 2025 contro i 280 milioni di Spotify. Nel secondo trimestre del 2024, è risultato il servizio musicale in più rapida crescita, mentre concorrenti come Apple Music e Amazon Music hanno registrato leggere flessioni nell’utilizzo. Di fronte a questi numeri, risulta difficile accettare l’idea che il pubblico scelga la piattaforma in base alla profondità in bit o alla frequenza di campionamento.


Una spiegazione più plausibile, che dopotutto è valsa fino ad oggi anche per Spotify prima dell’arrivo del catalogo lossless, è che la maggior parte degli ascoltatori raggiunge una soglia di “qualità soddisfacente” molto prima che il lossless entri in gioco. Milioni di persone ascoltano quotidianamente musica con auricolari wireless da poche decine di euro, sistemi audio integrati nei laptop, in auto mentre guidano o con speaker wireless domestici poco più grandi di uno smartphone. In questi contesti, distinguere in modo affidabile tra formati compressi di buona qualità e flussi lossless è pressoché impossibile, anche perché è già difficile farlo con catene audio di medio-alto livello… figurarsi con dei “giocattolini”.

Se quindi la differenza percepita è minima o nulla, l’argomento tecnico perde forza e diventa facile ignorarlo. Ciò non significa che le persone non tengano alla qualità sonora, soprattutto in una fascia di utenti “adulti” che considerano la qualità audio il fattore principale nell’acquisto di dispositivi come cuffie o diffusori. Il punto cruciale, però, è che la scelta dell’hardware e quella di un servizio di streaming rispondono a logiche diverse. Anche chi investe in buone cuffie o in un impianto domestico, può non attribuire particolare valore al lossless se l’impatto sul proprio ascolto quotidiano è marginale e se un’altra piattaforma risulta più comoda da usare.

Un ruolo centrale per questo boom inatteso (almeno alle nostre latitudini) di YouTube Music Premium lo gioca il modello di abbonamento. Se il lossless non è una motivazione sufficiente da solo, allora il valore complessivo della sottoscrizione diventa determinante. YouTube Music gode qui di un vantaggio strutturale difficilmente replicabile da qualsiasi altra piattaforma di streaming. Da sola la versione Premium costa 10,99 euro al mese, ma con 3 euro in più al mese ci si può abbonare a YouTube Premium, che include la rimozione degli annunci dalla piattaforma video, YouTube Music Premium, la possibilità di scaricare contenuti e la riproduzione in background. Spotify, a 11,99 euro al mese, offre sostanzialmente solo il servizio musicale.

Con un’offerta simile, l’utente ottiene insomma molto di più di un servizio di streaming e, se guarda molti video su YouTube, avere la comodità di non sorbirsi la pubblicità può fare un’enorme differenza… e la mancanza di un’offerta audio lossless può passare benissimo in secondo piano. 

C’è poi anche una questione di abitudine. Chi solitamente si abbona a bundle simili (un pacchetto completo che offre più di un servizio), è meno incline a disdirlo per passare ad altro e tende a mantenerlo più a lungo. Anche perché, con tutti i servizi in abbonamento oggi disponibili sul mercato (non solo musicali), la spesa mensile può raggiungere cifre importanti e un’offerta come quella di YouTube Premium è in effetti conveniente, soprattutto se si riesce a spendere ancora meno con la condivisione dell’account tramite il Piano Famiglia.

YouTube Music Premium è poi facilitato enormemente dal nome che si porta dietro. Chi sottoscrive YouTube Premium principalmente per eliminare la pubblicità, si trova automaticamente a disposizione YouTube Music Premium anche se inizialmente non era interessato a questa piattaforma e, già che c’è, inizia a utilizzarla, magari scegliendola proprio come fronte principale di streaming audio.  

Va poi detto che YouTube Music Premium è in effetti una piattaforma completa, può contare su un’app mobile ben fatta e ha una marcia in più rispetto alla concorrenza, consentendo ad esempio di passare istantaneamente dalla versione audio al relativo videoclip ufficiale senza interrompere la riproduzione. Un dettaglio apparentemente marginale, ma che in realtà può fare piacere soprattutto al pubblico più giovane e avvezzo al lato “visual” della musica.

A completare il quadro, oltre a testi delle canzoni, raccomandazioni, schede degli artisti e playlist personalizzabili, c’è la possibilità di caricare fino a 100.000 file audio personali in vari formati (anche FLAC), integrando così la propria libreria privata (che potremo ascoltare solo noi) con lo streaming e con gli algoritmi di raccomandazione. Una funzione che molti non conoscono nemmeno ma che può fare la differenza rispetto a tutte le altre piattaforme di streaming.

Certo, si deve rinunciare alla qualità lossless e hi-res e non si può quindi pretendere la stessa resa di Tidal o Qobuz, ma per un ascolto non audiofilo YouTube Music Premium è per certi versi ancora più interessante di Spotify e non stupiscono quindi i numeri che ha macinato nell’ultimo anno. Vuoi vedere che a fine 2026, magari aiutata da qualche funzione IA di Gemini, la piattaforma audio di Google guadagnerà ancora più quote di mercato?

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