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Qobuz e il boom dei nuovi utenti: come la rivolta social contro Spotify sta cambiando (forse) il mercato dello streaming audio

Qobuz ha registrato una crescita improvvisa del 500% della base utenti dopo la protesta contro Spotify per le inserzioni legate all’ICE. Ecco perché Gen-Y e Millennials stanno scegliendo lo streaming hi-res indipendente e artist-friendly

Il boom improvviso di Qobuz, che nell’ultima settimana ha visto un aumento a dir poco clamoroso (+500%) della sua base utenti, non nasce da una brillante strategia di marketing, né da un aggiornamento della piattaforma o da una novità discografica di peso (no, Taylor Swift non è diventata improvvisamente un’esclusiva della piattaforma francese di streaming audio).

A metterlo in moto è stato piuttosto un terremoto politico e valoriale che ha coinvolto Spotify, accusata da una parte della propria base di utenti di aver accettato inserzioni pubblicitarie dall’ICE, l’agenzia federale che gestisce i controversi raid contro gli immigrati irregolari negli Stati Uniti. Una scelta che, per la generazione più giovane, è apparsa non solo discutibile ma profondamente incompatibile con certi valori culturali e sociali.

Spotify, che si era già attirata contro diverse critiche dopo che il suo CEO Daniel Ek aveva annunciato un investimento in una compagnia che produce droni militari e dopo lo “scandalo” della band Velvet Sundown creata con l’IA generativa, è così finita in pochi giorni in un meccanismo tipico dei social, con l’hashtag #FuckSpotify che ha trasformato un malcontento diffuso in una migrazione di massa verso piattaforme percepite come più etiche e rispettose.


qobuz spotify

Per Qobuz, questa ondata di nuovi iscritti rappresenta un regalo del tutto improvviso e inatteso. L’azienda francese, da sempre indipendente, attenta a una remunerazione etica degli artisti e alla qualità audio del proprio catalogo, si è infatti ritrovata al centro di un fenomeno socioculturale che va ben oltre il confronto tecnico con Spotify. I giovani utenti che oggi stanno provando il servizio grazie al primo mese di abbonamento gratuito lo fanno per motivazioni principalmente politiche, ma non è detto che la scelta rimanga puramente valoriale.

Qobuz offre infatti un catalogo vastissimo di musica in qualità lossless e hi-res e, con Spotify che recentemente ha lanciato la propria offerta di audio lossless dopo anni di attesa, molto probabilmente è cresciuta (o sta crescendo) l’attenzione verso un ascolto in streaming di qualità, fosse anche solo per la curiosità di provare qualcosa di diverso. Dopotutto (si saranno detti molti), se anche Spotify offre adesso un’opzione per l’audio lossless, vuol dire che sotto sotto c’è qualcosa di concreto.

Resta da capire quanti di questi nuovi utenti rimarranno sulla piattaforma francese dopo il primo mese gratuito. Storicamente, Qobuz registra un tasso di conversione del 40% dal primo mese ai piani a pagamento, ma questa ondata giovanile potrebbe comportare numeri differenti.

Una parte di loro ha infatti una disponibilità economica limitata e potrebbe rinunciare all’abbonamento mensile una volta terminato l’effetto della protesta. Tuttavia, molti già pagavano Spotify e hanno già messo in conto un budget per lo streaming musicale, sebbene Qobuz costi leggermente di più: 11,99 euro al mese di Spotify contro i 14,99 euro di Qobuz, che però scendono a 12,49 euro se ci si abbona per un anno intero. Su questo versante però l’abbonamento studenti di Qobuz fissato attualmente a 5,99 euro al mese rappresenta una leva importante per convincere i più giovani a passare a un piano a pagamento dopo il mese gratuito.

Oltre all’aspetto politico e al prezzo contenuto, a rendere Qobuz attraente c’è il suo posizionamento come servizio artist-friendly. Da anni Spotify viene criticata per un modello di redistribuzione dei ricavi estremamente “avaro”, mentre Qobuz, pur avendo numeri molto più piccoli di quelli di Spotify, è ancora più di Tidal un servizio più equo nella remunerazione degli artisti e più attento al valore culturale della musica.

Il tasso medio di remunerazione per ascolto di Qobuz ammonta infatti a 0,01802 euro per stream, ovvero 18,02 euro per 1.000 ascolti. In confronto, Spotify restituisce in media tra 0,003  e 0,0039 euro per stream (circa 3-3,89 euro per 1.000 ascolti), ovvero circa cinque volte in meno (e con Amazon Music non va molto veglio). Per una generazione che cerca autenticità e sostenibilità anche nel consumo musicale, si tratta di un tratto distintivo tutt’altro che marginale.

Di contro, Qobuz ha un market share estremamente limitato rispetto a giganti come Spotify, Amazon Music e Apple Music (che insieme rappresentano il 90% del mercato streaming audio negli USA), non è altrettanto forte nelle playlist (amatissime dai giovani) e nell’efficacia degli algoritmi che consigliano nuovi artisti. Per di più, c’è un’incognita grossa come una casa proprio sul versante audio.

Indubbiamente, il catalogo di Qobuz, assieme a quello della piattaforma rivale Tidal, è considerato il migliore in assoluto parlando di qualità dello streaming. La musica in streaming è disponibile in MP3 a 320 kbit/s, in qualità CD lossless (16 bit/44,1 kHz) e in qualità ad alta risoluzione lossless (fino a 24 bit/192 kHz) per alcune tracce. I formati disponibili per i brani acquistati singolarmente sono WAV, AIFF, ALAC e FLAC per la qualità ad alta risoluzione, WMA lossless per la musica di qualità CD e MP3, WMA standard e AAC per la qualità lossy (a 128 kbit/s o 320 kbit/s).

Sempre per chi acquista brani e album su Qobuz (quindi non per lo streaming), Qobuz ha introdotto lo scorso anno il supporto per i formati DSD (Direct Stream Digital) a 1bit/2,8 MHz, 1bit/5,6 MHz, 1bit/11,2 MHz, 1bit/22,5 MHz e DXD (Digital eXtreme Definition) fino a 24 bit/352,8 kHz.

Ma per un giovane tutto ciò conta davvero? Già molti non distinguono la differenza tra un MP3 e un FLAC a 24-bit/192 kHz ascoltando su un impianto hi-fi serio. Potranno mai accorgersi della differenza su uno smartphone con cuffie o auricolari wireless, magari senza nemmeno i codec audio più evoluti? E ce lo vedete un giovane che per sfruttare davvero lo streaming hi-res di Qobuz si compra un dongle DAC e un paio di cuffie cablate? Molto improbabile, per non dire di peggio.

Tutti i piani in abbonamento di Qobuz.

Qualunque sarà il tasso di conversione finale, Qobuz ha però già vinto. Anche se solo una parte dei nuovi utenti rimarrà abbonata, la piattaforma avrà conquistato un pubblico giovane, difficile da attrarre e generalmente fedele quando trova un servizio coerente con i propri valori. E proprio questi nuovi abbonati, magari con un fitto tam-tam sui social, potrebbero iniziare ad apprezzare l’ascolto musicale di qualità e a spargere la voce tra i loro coetanei.

Spotify, dal canto suo, sopravviverà senza difficoltà (a settembre contava 720 milioni di utenti tra gratuiti e paganti e ha chiuso il 2024 con un reddito netto di 1,1 miliardi di dollari), ma dovrà fare i conti con una lezione importante: in un mercato come quello della musica in streaming dominato dai giovani e dai social, la reputazione e l’etica non sono elementi accessori, ma asset fondamentali del business.

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