La Gen Z sta riscoprendo vinile, CD e musicassetta. Lo dimostrano due ricerche di mercato, che riportano ascolti settimanali in crescita, vendite fisiche in aumento e attenzione alla sostenibilità
Nel pieno dell’era dello streaming illimitato e della musica liquida, il ritorno del supporto fisico è ormai un fenomeno strutturato che coinvolge anche chi non ha mai vissuto l’epoca d’oro di vinili e CD. I dati più recenti fotografano infatti una realtà che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata controintuitiva, con la fascia 18-24 anni (la cosiddetta GenZ) che oggi è una delle più attive nel consumo e nell’acquisto di musica su supporto fisico.
Secondo una recente ricerca condotta da Key Production, quasi sei giovani su dieci in questa fascia d’età ascoltano vinili, CD o cassette almeno una volta alla settimana. Un dato che supera in modo significativo quello registrato nelle fasce anagrafiche successive, ferme tra il 40 e il 45%.
Il dato diventa ancora più interessante se si analizza il comportamento d’acquisto considerando che il 34% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni dichiara di comprare CD, una quota identica a quella rilevata tra i 45-54 anni. Se per questi ultimi il legame con il formato fisico è facilmente spiegabile in termini generazionali, per i più giovani il discorso cambia radicalmente ed entrano in gioco dinamiche culturali, estetiche e persino identitarie.
Questo rinnovato interesse si inserisce in un trend già evidenziato dai report annuali della British Phonographic Industry e della Entertainment Retailers Association. Nel Regno Unito, il vinile continua a crescere da sedici anni consecutivi, mentre i CD hanno registrato il miglior risultato degli ultimi due decenni. Numeri che confermano come il mercato fisico non sia semplicemente sopravvissuto allo streaming, ma stia trovando una nuova centralità, seppur con logiche diverse rispetto al passato.
Una delle chiavi di lettura più convincenti riguarda l’esperienza d’uso. Il supporto fisico introduce un livello di coinvolgimento che lo streaming, per sua natura, tende a ridurre. La scelta di un disco, il gesto di inserirlo in un lettore, la dimensione visiva della copertina sono tutti elementi che contribuiscono a costruire un rituale.
C’è poi una componente legata alla percezione qualitativa. Al di là delle differenze tecniche reali tra formati, spesso oggetto di dibattito anche acceso tra appassionati, una parte del pubblico associa al vinile e, in misura minore, al CD, un suono più “caldo” o comunque più autentico. È una percezione che non sempre coincide con parametri oggettivi, ma che ha un peso concreto nelle scelte di consumo, soprattutto tra chi si avvicina all’ascolto in modo più attento.
Accanto a questi aspetti, emerge con forza anche il tema della sostenibilità. Il 71% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni si dichiara disposto a pagare un sovrapprezzo per acquistare vinili prodotti con un minore impatto ambientale. La sensibilità ecologica, già rilevante in altri ambiti del consumo, si riflette quindi anche nel mercato musicale. Le percentuali restano significative anche nelle fasce più adulte, ma con un’intensità inferiore, segno di una priorità particolarmente marcata tra i più giovani.
La produzione di vinili, in particolare, comporta l’utilizzo di materiali e processi energivori e negli ultimi mesi il tema è entrato con maggiore forza nel dibattito pubblico. Alcuni artisti di primo piano hanno iniziato a mettere in discussione pratiche consolidate come la proliferazione di edizioni multiple dello stesso album, proponendo alternative più sostenibili.
Anche la fotografia restituita dalla nuova edizione del report Audio Tech Lifestyles di Futuresource Consulting è particolarmente utile perché incrocia comportamenti d’uso, abitudini di scoperta e sensibilità culturali su un campione molto ampio di consumatori distribuiti tra Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Giappone e Cina. Il risultato è un quadro complesso, in cui la Gen Z emerge come la fascia più capace di destabilizzare le logiche classiche del settore.
La narrativa più semplice vorrebbe i nativi digitali completamente distanti da vinile e cassette, ma dati dicono quasi il contrario. Il 60% della Gen Z dichiara infatti di acquistare vinili e quasi due terzi lo ha fatto nell’ultimo anno. Ancora più sorprendente è il fatto che il 28% degli acquirenti di vinile non possieda un giradischi. Questo significa che il disco è anche un oggetto simbolico, estetico e collezionistico.
Lo stesso discorso vale per le cassette. Il 42% della Gen Z le ha comprate nell’ultimo anno, ma metà di questi utenti non è in grado di ascoltarle. È un fenomeno che avrebbe del paradossale se letto con i parametri del mercato tradizionale, ma che in realtà ha una sua logica precisa. Il valore infatti coincide ormai sempre più spesso con la narrazione che l’oggetto porta con sé. La cassetta richiama un immaginario preciso, una memoria mediatica che spesso non è vissuta direttamente ma ereditata culturalmente. In tal senso, il ritorno dei supporti analogici è una forma di riappropriazione estetica e identitaria che la Gen Z, contrariamente alle aspettative, sta riscoprendo con sempre più passione.
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