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Spotify rompe l’equilibrio dello streaming: ecco perché gli abbonamenti costeranno sempre di più

Spotify abbonamenti

Spotify aumenterà presto il costo dell’abbonamento Premium a 12,99 dollari al mese. Una scelta strategica che riflette le pressioni delle major discografiche, il rallentamento del mercato e un nuovo equilibrio economico nello streaming musicale

Per oltre un decennio Spotify ha rappresentato l’eccezione virtuosa dell’economia digitale, con un prezzo mensile per il piano Premium (9,99 euro in Italia) rimasto invariato mentre tutto intorno aumentava. Un aspetto virtuoso che ha cominciato a cambiare nel 2023 (10,99 euro) e pochi mesi fa (11,99 euro), mentre a partire dal primo trimestre del 2026 negli USA Spotify Premium costerà 12,99 dollari al mese (saranno 12,99 euro?), superando così anche i principali concorrenti diretti.

Il dato che colpisce non è soltanto l’aumento in sé, quanto appunto il posizionamento. Apple Music, Amazon Music, YouTube Music e Tidal si attestano oggi a 10,99 euro e solo Qobuz si spinge a 14,99 euro al mese, che però diventano 12,49 euro se ci si abbona per un intero anno. Ufficialmente, la spiegazione del prossimo aumento di prezzo di Spotify riportata dal futuro co-CEO dell’azienda Alex Norstrom si riferisce ad aumenti “pensati” e inseriti in una strategia di lungo periodo. Nei fatti, però, si tratta del terzo ritocco verso l’alto in tre anni, in un contesto economico e in un settore di mercato profondamente mutati dal 2011 a oggi che evidentemente Spotify non intende più assorbire da sola.

Se si guarda ai numeri, il prezzo originario di 9,99 dollari del 2011, rivalutato con l’inflazione, equivarrebbe oggi a oltre 13 dollari e quindi l’aumento atteso nel prossimo trimestre, considerando anche il recente ingresso della qualità “lossless”, non dovrebbe suonare come qualcosa di eccessivo e fuori luogo. Altre piattaforme di streaming, Netflix in primis, hanno corretto la rotta molto prima, aumentando i prezzi in modo ricorrente e senza troppi tentennamenti. L’industria musicale, rimasta a lungo ancorata a un modello di crescita trainato dai volumi più che dai margini, sta così iniziando a considerare questa asimmetria insostenibile.


spotify supremium

Le grandi etichette discografiche, che controllano circa il 70% dei diritti musicali globali, hanno smesso di accettare lo streaming come un ecosistema strutturalmente sottoprezzato. I nuovi accordi di licenza introducono meccanismi che impongono aumenti minimi per abbonato, una clausola che di fatto trasferisce il rischio economico sulle piattaforme. O si alzano i prezzi, o si comprimono i margini e, in un mercato ormai maturo, la seconda opzione non è più percorribile.

A rendere la situazione ancora più delicata, contribuisce anche il rallentamento della crescita complessiva del settore. Dopo anni di espansione a doppia cifra, i ricavi globali della musica registrata hanno segnato un incremento inferiore al 5% nel 2024, con gli Stati Uniti addirittura sotto il livello dell’inflazione. In questo scenario, le etichette chiedono più valore da ogni singolo utente e le piattaforme devono necessariamente adeguarsi.

Dal punto di vista finanziario, l’impatto è tutt’altro che marginale. Secondo le stime di JPMorgan, un solo dollaro in più al mese può generare per Spotify circa 500 milioni di dollari di ricavi annui aggiuntivi. Non è un caso che questa svolta avvenga in concomitanza con un cambio al vertice. Daniel Ek, figura centrale nella storia di Spotify, lascerà il ruolo di CEO all’inizio del 2026, assumendo quello di Executive Chairman. I nuovi co-CEO, Norstrom e Gustav Söderström, rappresentano una continuità interna, ma anche una nuova fase gestionale.

Per quanto ancora Apple Music manterrà il prezzo di 10,99 euro al mese?

Spotify può permetterselo anche grazie a una solidità economica finalmente raggiunta. Dopo anni di bilanci in perdita, il 2024 si è infatti chiuso con il primo profitto operativo annuale, seguito da risultati trimestrali in forte crescita nel 2025. Con 281 milioni di abbonati paganti, la piattaforma ha inoltre una massa critica tale da poter testare la tenuta del mercato senza mettere a rischio la propria base utenti.

Questa dinamica, tuttavia, non riguarda solo Spotify, visto che le stesse pressioni contrattuali valgono anche per Apple, Amazon e Google. Le clausole di aumento minimo per abbonato sono identiche, perché identici sono gli interlocutori sul fronte dei diritti. Se Spotify ha alzato per prima la mano, è difficile immaginare che le altre piattaforme possano restare immobili a lungo. Non a caso, quest’anno Amazon ha già avviato un incremento di prezzo, mentre Apple Music appare sempre più isolata nella sua attuale politica “zero aumenti”.

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