L’Alta Fedeltà è un mondo complesso e quando si parla di qualità, ci si può riferire a molti aspetti, diversi tra loro ma tutti protesi verso un solo obiettivo: ottenere una riproduzione sonora di elevato livello.
In ogni caso però, parlare di qualità assoluta non sempre è possibile, meglio sarebbe riferirsi ad un concetto di qualità relativa, un po’ perché sono molteplici gli aspetti da tenere in considerazione ed un po’ per il fatto che l’assoluto è sinonimo di perfezione, concetto più filosofico che reale.

Molti appassionati, a titolo d’esempio, schivano accuratamente produzioni musicali che non siano della massima qualità al fine di evitare quella sottile forma di fastidio nel verificare che il proprio sistema audio – sebbene composto da elettroniche di pregio in grado di esibire prestazioni sonore di elevato livello – presenta comunque dei limiti.
Questo implica una selezione nella selezione, visto che si va oltre la scelta del genere preferito che si intende ascoltare per concentrarsi, soprattutto, sulla qualità dell’incisione.
Giustissimo, almeno per determinati versi visto che si parla di Alta Fedeltà, ma questo non dovrebbe essere posto alla base della scelta, diversamente molte delle incisioni storiche realizzate nel tempo dovrebbero, letteralmente, essere gettate alle famose ortiche.
Ed è qui che entra in gioco il concetto di qualità relativa, ovvero correlata a quella che era la tecnologia (e quindi le possibilità) dell’epoca in cui fu effettuata la registrazione; credo che nessuno possa ragionevolmente ritenere che una registrazione degli anni ’20 possa competere con una odierna, su questo siamo d’accordo.

Ma è altresì vero che esistono interpretazioni di musica classica di livello elevatissimo considerate riferimento assoluto effettuate proprio nel passato – le interpretazioni di Furtwängler come quella che vedete nella soprastante immagine, risalente agli anni ’50, ad esempio – dalle quali non è possibile prescindere.
Pertanto fare paragoni in tal senso non solo sarebbe fortemente riduttivo ma anche assai emblematico dell’ignoranza di cui soffrono taluni l’appassionati, che mettendo tutto sotto la stessa luce contribuiscono a rendere trasversali qualità che non possono essere rinvenute nel medesimo ambito.
In ogni caso va sempre tenuto a mente come sia assolutamente verosimile che qualsiasi impianto – anche quello più costoso, con buona pace del proprietario cui conviene rassegnarsi alla cruda verità poiché non esiste il sistema perfetto – presenti qualche difettuccio, di poco conto magari, ma a ben vedere c’è.

Pertanto, anche per non aderire alla fin troppo folta schiera di coloro che possiedono pochi selezionatissimi dischi che ascoltano a ripetizione – ebbene sì, sempre quelli – beandosi di quanto il proprio sistema produca suoni celestiali, la scelta delle opere degne di entrare a far parte della collezione discografica deve sempre essere fatta con buon senso; non per niente è anche definita patrimonio discografico.
Ovviamente, e non potrebbe essere altrimenti, esistono anche lavori che malgrado siano datati presentano caratteristiche sonore di reale eccellenza, tanto che si fa davvero fatica a credere che si tratti di registrazioni vecchie di molti anni.
Una delle maggiormente rappresentative – credetemi che, se piace il genere, vale assolutamente la pena possederla – è rappresentata dal lavoro di Kenny Burrell, uno dei maggiori chitarristi di stampo jazz, dal titolo “MIDNIGHT BLUE” edizione BLUENOTE della serie RVG (Rudy Van Gelder Edition) la quale, ascoltare per credere, si permette di far impallidire senza alcun problema lavori contemporanei, questo malgrado la presa di suono sia avvenuta nell’ormai lontano 1963.

In questo caso è d’obbligo parlare di qualità assoluta, stante il fatto che ciò che questo disco ripropone è concretamente di livello elevatissimo, ancora oggi; palcoscenico virtuale, correttezza timbrica e spazialità sono di livello superlativo, tanto che per una volta la classica affermazione che “i musicisti sembra si trovino all’interno del locale d’ascolto” non appare affatto esagerata.
Ciò sta a significare che i principali aspetti correlati alla qualità sonora di un’opera, per quanto se ne dica, potevano essere implementati anche in un’epoca apparentemente meno tecnologica, laddove questo disco costituisce prova assai evidente.
Pertanto, va da sé come il concetto di qualità debba necessariamente essere correlato a ciò che avete tra le mani: per circostanze storiche, tecniche ed artistiche, senza ricercare strenuamente caratteristiche difficili o addirittura impossibili da trovare in opere che per i motivi appena esposti non sono in grado di coesistere.
In questo modo, tranne che non siate esclusivamente appassionati (feticisti?) dell’impianto e della tecnologia di cui dispone piuttosto che della musica in sé, riuscirete a godervi perle di rara bellezza che magari, complice una qualità non propriamente perfetta – ed abbiamo visto come tale termine debba essere sempre contestualizzato – passerebbero totalmente inosservate ai vostri occhi….pardon, orecchie.
Come al solito, ottimi ascolti!!!
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