Con le HC20 Irati, Vulkkano firma un debutto sorprendentemente maturo nel mercato delle cuffie, proponendo un modello con design chiuso decisamente competitivo nella fascia di prezzo sotto i 150 euro
Negli ultimi anni, il produttore spagnolo Vulkkano si è ritagliato un ruolo di tutto rispetto nel settore degli speaker wireless e subwoofer entry-level, ai quali abbiamo dedicato notizie, approfondimenti e recensioni. Nelle scorse settimane, il catalogo Vulkkano si è ulteriormente arricchito con l’arrivo di due cuffie cablate over-ear (le prime in assoluto per l’azienda spagnola), che come successo per gli speaker e i subwoofer puntano su prezzi molto aggressivi. Parliamo infatti di 69,99 euro per le HC10 Turia e di 129,99 euro per le HC20 Irati oggetto di questa recensione (ma online si trovano già scontate).
Con la concorrenza cinese che pesa come un macigno, non è facile entrare da esordiente in un settore già molto affollato come quello delle cuffie “economiche”, ma Vulkkano lo ha fatto nel modo giusto, proponendo sia un modello più leggero, confortevole e adatto agli ascolti di tutti i giorni (le HC10 Turia), sia uno più orientato agli appassionati di musica, DJ e alla produzione da home-studio (le HC20 Irati).
Entrambe sono cuffie chiuse, una scelta particolare e un po’ rischiosa considerando questo tipo di design. Se infatti le cuffie chiuse offrono diversi vantaggi (pochissima fuoriuscita del suono, isolamento acustico superiore, leggera enfatizzazione delle frequenze basse), ci sono aspetti che, se non trattati nel modo giusto, rischiano di compromettere l’esperienza di ascolto (ne abbiamo parlato qui).
Ci riferiamo sia al cosiddetto effetto di occlusione (sensazione di pressione interna), sia a un ambiente acustico pieno di riflessioni interne, dal momento che le onde sonore rimbalzano tra driver, padiglioni e orecchio, generando micro-ritardi che alterano la naturale risposta del sistema uditivo. Insomma, pro e contro (come ci sono anche per le cuffie aperte) che Vulkkano ha però saputo gestire con una certa scaltrezza.

Più premium di quello che costano
Già alla vista le HC20 Irati si presentano come cuffie dal sapore quasi premium nonostante il prezzo. Uniscono infatti elementi in legno (coppe esterne in noce nero) a una struttura metallica e componenti plastici, con anche un design piuttosto “snodabile” che permette un’ampia escursione dell’archetto con imbottitura in materiale plastico (anche i padiglioni auricolari sono in materiale sintetico).
Il peso di circa 340 grammi non mi ha creato alcun fastidio anche dopo un paio d’ore d’ascolto continuato e lo stesso dicasi per i punti di pressione di archetto e padiglioni. Sono insomma cuffie costruite con una certa attenzione, comode e studiate per essere indossate a lungo. Vulkkano ha optato per due generosi driver dinamici in neodimio da 50 mm, mentre le altre specifiche tecniche riportano un’impedenza di 32 Ohm, una sensibilità di 98dB e una risposta in frequenza di 20Hz-20kHz.

Sono quindi cuffie poco impegnative e adatte a un utilizzo anche in mobilità o senza chissà quali amplificatori dedicati, anche se per sfruttarle al meglio ho eseguito il test sia con un smartphone di qualche anno fa (quando ancora abbondavano le uscite da 3,5mm), sia con un DAP di fascia medio-alta e con un DAC-amplificatore cuffie.
La naturalezza che non stanca
Dopo aver collegato il cavo compreso nella confezione con connettori da 3,5mm sia per le cuffie, sia per il terminale, le ho collegate a uno Xiaomi POCO F5, smartphone di fascia medio bassa ideale per testare le cuffie con un ascolto poco impegnativo. Ho usato Qobuz con il suo ampio catalogo di materiale lossless e hi-res e fin da subito le HC20 Irati si sono dimostrate cuffie facili da pilotare.

La firma sonora è relativamente neutra seppur con una certa tendenza verso una leggera curva a V, con alti pronunciati ma non eccessivamente brillanti, una gamma medio-alta leggermente morbida e i bassi un po’ enfatizzati. Nel complesso, l’equilibrio è buono anche senza l’ausilio di equalizzazione.
Le ho poi collegate al DAP portatile HiBy R6 Pro II 2025, che se da un lato fa una certa fatica a spingere come si deve le mie fidate Sennheiser HD660S2 (dopotutto sono cuffie da 300 Ohm), basta e avanza con la sua amplificazione in classe A/AB a pilotare le HC20 Irati. A un ascolto ancora più attento, gli alti risultano nitidi e chiari, con un’ottima dinamica e anche se talvolta possono sembrare un po’ asciutti, non ho riscontrato problemi significativi di sibilanza e nemmeno un’eccessiva brillantezza affaticante.

La gamma media è relativamente neutra, anche se la parte superiore dei medi è leggermente meno in evidenza. Nel complesso, il registro medio non risulta quindi né troppo caldo né arretrato, mentre il livello di dettaglio è sufficientemente elevato, con una notevole chiarezza e una resa articolata e testurizzata. I bassi sono leggermente enfatizzati, ma nel complesso mantengono un buon equilibrio, godendo di una discreta definizione ed estensione e risultando pieni ma sempre controllati, soprattutto considerando che si tratta di una cuffia chiusa.
Debutto riuscito
Il terzo test l’ho eseguito con il recente DAC-ampli cuffie-pre amp FiiO K13, modello R2R dall’eccezionale rapporto qualità-prezzo capace di una potenza massima di 2400mW su uscita bilanciata e di 1200mW su quella sbilanciata proprio a 32 Ohm. Oltre a quanto riportato fin qui, con questo setup (K13 collegato a un PC Windows tramite USB con Qobuz in modalità esclusiva) ho potuto apprezzare uno spazio tra gli strumenti ben definito e suoni posizionati con precisione nello spazio.

Il soundstage è di dimensioni moderate ma ben proporzionato, con una buona percezione di larghezza, altezza e profondità che non raggiunge l’ampiezza dei modelli aperti ma convince pienamente per cuffie chiuse di questa categoria. Il livello di dettaglio complessivo è decisamente alto per questa fascia di prezzo, offrendo una presentazione musicalmente coinvolgente piuttosto che analiticamente precisa. Anche la dinamica non delude, mentre il timbro si è confermato neutro e delicato anche dopo decine di ore di ascolto, sebbene non particolarmente caldo.
L’isolamento passivo risulta abbastanza efficace per l’utilizzo in ambienti rumorosi domestici e lavorativi. e, per fortuna, la pressione interna non è mai risultata fastidiosa. Come brani di riferimento ho spaziato il più possibile, passando da Mango Drive dei Rhythm and Sound per testare i bassi a Maple Noise dei Serene Green per la dinamica, mentre per il soundstage sono andato sul sicuro con Vicarious dei Tool e ho riascoltato a ripetizione Love is Blindness di Cassandra Wilson per voce e strumentazione acustica.

Si perde qualcosa in coesione e “ordine” ritmico tra le complesse trame di The National Anthem dei Radiohead e Limit to Your Love di James Blake preferisco ascoltarla con cuffie dall’impronta più calda e piena. Qualche limite insomma c’è, ma da cuffie chiuse economiche come queste era logico aspettarsi delle mancanze, che però non diventano mai gravi o davvero castranti per un ascolto piacevole e soddisfacente.
Qualche limite si vede anche nella confezione molto spartana (a differenza delle simili FiiO FT1 manca ad esempio una custodia e troviamo solo un cavo di fattura economica con relativo adattatore da 6,35 mm), ma per il resto l’esordio di Vulkkano nel settore delle cuffie non poteva andare meglio di così e sono davvero curioso di scoprire come si comportino le ancora più economiche HC10 Turia.

Verdetto: 8/10
Con le HC20 Irati, Vulkkano firma un debutto sorprendentemente maturo nel mercato delle cuffie. Anche se è emerso qualche limite in coesione ritmica e la definizione dei bassi è solo discreta, il bilanciamento tonale, la costruzione curata e la resa sonora precisa e piacevole ne fanno un modello con design chiuso decisamente competitivo nella fascia sotto i 150 euro. Ed è anche un esordio che lascia ben sperare per le prossime cuffie del brand spagnolo (a quando un modello wireless?).
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