Ebbene si, non solo un sistema audio può essere ad Alta Fedeltà, anche un programma musicale può rispettarne i canoni caratteristici, laddove si giovi di una produzione eccezionalmente accurata e rispettosa delle caratteristiche strumentali e spaziali relative all’evento registrato, come è sempre stato per i dischi dell’Alan Parsons Project di cui oggi parliamo.
Qualsiasi appassionato di Alta Fedeltà ha nella sua più o meno cospicua collezione qualche disco test, produzioni particolarmente ben realizzate la cui prestanza timbrica e sonora è in grado di mettere alla frusta un sistema audio al fine di verificare le effettive prestazioni; altri potrebbero averne sotto mentite spoglie, come nel caso della produzione musicale degli Alan Parsons Project, gruppo britannico noto “anche” per l’eccezionale qualità della registrazione.

In alcuni casi, con specifico riferimento ai dischi test e non certo alla produzione degli Alan Parsons Project, pare non abbia molta importanza il livello artistico giacché in questo tipo di dischi quello che conta è più il livello tecnico – un aspetto che effettivamente può essere non necessariamente correlato alla qualità artistica – anche considerato che l’obiettivo principale di queste registrazioni è più dimostrativo della relativa performance che concentrato sull’interpretazione.
Va da se che un equilibrio tra le due cose sia comunque assai migliore che ascoltare tracce tecniche, sinusoidi o strumenti decontestualizzati al solo scopo di verifica – definiti usualmente “campanellini e trombette” dai vari detrattori – un aspetto che sebbene utile per isolare eventuali défaillances del sistema audio, lascia comunque il tempo che trova, anche se qualche appassionato (?) ama spendere il suo tempo in questa tipologia di ascolto, intendendo tale termine come un chiaro eufemismo.
In molti casi è tuttavia possibile acquisire “sistemi di verifica” senza obbligatoriamente riferirsi a dischi speciali – il cui costo è sovente parecchio elevato in virtù della loro esclusività con conseguente basso numero di vendite – ma semplicemente attingendo a molte delle migliori produzioni succedutesi nel tempo; non solo risparmierete denaro ma avrete l’occasione di mettervi in casa qualcosa di effettivamente utile che non sia esclusivamente strumento di misura da utilizzare (quasi) una tantum.

E veniamo quindi alla notevole produzione degli Alan Parsons Project, gruppo nato nel 1975 quando Alan Parsons ed Eric Woolfson decisero di unirsi al fine di mettere su spartito le loro non poche ed originali idee.
Ingegnere del suono il primo – dice nulla un certo The Dark Side of the Moon ad opera dei Pink Floyd? – e produttore il secondo, appare chiaro come fossero alquanto competenti relativamente a macchine del suono e fine savoir faire tecnico al fine dello sfruttamento di quanto gli girasse intorno in tale senso, certamente di notevole contributo nel caratterizzare la loro produzione.
Ed infatti fin dagli inizi – ovvero quando nel 1976 pubblicarono “Tales of Mistery and Imagination – Edgar Allan Poe”, disco ispirato alle novelle horror del celebre poeta – la cifra tecnica della produzione manifestava senza remore la maestria posseduta dai due, laddove sonorità non certo qualsiasi corroboravano la notevole qualità tecnica.
Un altro degli aspetti caratteristici dei dischi di questo gruppo – in realtà un duo cui si affiancavano strumentisti diversi in virtù del “genere” praticato nello specifico disco – risiede nella struttura del “concept album” (ovvero a tema), una caratterizzazione tipica dell’epoca, quando tutte le tracce dell’opera rappresentavano un continuum narrativo dell’opera
Tra i lavori maggiormente conosciuti degli Alan Parsons Project è certamente Eye in the Sky a fare la parte del leone – chi non conosce l’incipit di Sirius – uscito nel 1982 si guadagnò numerosi dischi d’oro e platino (altro che download, in questo caso si parla di vendite effettive!) grazie al più che cospicuo numero di vendite; in ogni caso anche il precedente The Turn of a Friendly Card risalente al 1980 era stato un successo di vendita.

Ma è I Robot che forse sbloccherà qualche ricordo – come si usa dire oggi – ai numerosi appassionati di Alta Fedeltà meno giovani, un disco test per eccellenza che negli anni ’80 non mancava di dire la sua in qualsiasi contesto analogico.
Come anticipato, la formazione della band era di tipo aperto – fatto salvo il duo fondatore – ovvero scelta in funzione della produzione, motivo per cui musicisti e soprattutto cantanti erano individuati in base alla loro congruità con i brani da affidare alla loro voce, anche questo un connotato interessante che dimostra l’attenzione che gli Alan Parsons Project mettevano nei loro lavori; d’altronde non tutti possono cantare qualsiasi cosa, sia per aspetti tecnici che propriamente interpretativi.
In conclusione, ancora oggi è possibile ascoltare dell’ottima musica incisa in modo sopraffino attingendo da produzione appartenenti ad un passato non troppo lontano in cui determinati valori erano ancora rispettati e valevano l’investimento economico fatto.
Pertanto, iniziate la ricerca, sono proprio lavori come questi ad indurre la considerazione che già all’epoca, elevata qualità tecnica ed artistica potessero andare tranquillamente di pari passo.
Come al solito, ottimi ascolti!!!
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