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L’esempio virtuoso di Bose: la gamma SoundTouch non muore e si apre a sviluppatori terzi

bose soundtouch

Bose cambia rotta sullo “spegnimento” della gamma SoundTouch, concedendo un aggiornamento software per l’uso locale e, soprattutto, rilasciando delle specifiche API che aprono a una seconda vita per i dispositivi coinvolti

Quando Bose ha annunciato lo scorso novembre la dismissione dell’infrastruttura cloud a supporto della famiglia di speaker e soundbar SoundTouch, la reazione di una parte della base utenti è stata immediata e, in molti casi, molto aspra. La gamma SoundTouch, introdotta nel 2013, ha infatti rappresentato uno dei primi tentativi del produttore americano di portare l’esperienza audio domestica dentro un ecosistema connesso e fortemente dipendente dal cloud, in un’epoca in cui lo streaming multiroom stava ancora definendo i propri standard.

La motivazione ufficiale di Bose, che potremmo derubricare sotto il termine di obsolescenza programmata, è che le tecnologie sono cambiate, i costi di mantenimento di un’infrastruttura cloud legacy sono cresciuti e la piattaforma SoundTouch appartiene a una generazione progettuale ormai distante dalle attuali strategie di Bose. In origine, lo spegnimento dei server era previsto per febbraio, ma l’azienda ha deciso di prorogare il termine al 6 maggio 2026, dichiarando di voler accompagnare meglio gli utenti in questa transizione.

La vera svolta sulla questione SoundTouch, più che il rinvio a maggio, è però avvenuta nei giorni scorsi con la decisione di Bose di rilasciare un aggiornamento software finale che trasforma l’app SoundTouch in una versione orientata all’uso locale. L’ipotesi iniziale di un’app completamente inutilizzabile dopo lo shutdown del cloud è stata quindi accantonata, lasciando spazio a una configurazione più pragmatica.


I dispositivi coinvolti dallo “spegnimento” continueranno a supportare lo streaming via Bluetooth, Apple AirPlay e Spotify Connect, oltre agli ingressi cablati e al controllo remoto tramite app sulla rete locale. Rimane operativa anche la possibilità di creare gruppi multi-speaker (elemento centrale dell’esperienza SoundTouch), mentre vengono meno funzioni storicamente legate al cloud, come la gestione dei preset e la navigazione diretta dei cataloghi musicali dall’app.

Dal punto di vista dell’utente finale, il risultato è una sorta di compromesso. Le funzionalità residue sono infatti sufficienti a preservare l’utilità quotidiana dei diffusori, ma il prodotto non è più quello acquistato originariamente. Bose sembra esserne consapevole e, proprio per questo, ha compiuto un’ulteriore e inattesa mossa per un’azienda di questo profilo, rendendo pubbliche le specifiche tecniche dell’API SoundTouch. 

Ciò apre scenari interessanti, soprattutto per sviluppatori indipendenti e community di appassionati. In teoria, diventa possibile realizzare applicazioni alternative, sistemi di controllo personalizzati, integrazioni con piattaforme di domotica o interfacce più moderne di quelle ufficiali. Per un prodotto dato per tecnologicamente superato, si tratta di una forma di riabilitazione tecnica che ne allunga il ciclo di vita e ne riduce l’impatto ambientale, evitando una dismissione forzata di hardware ancora valido.

Questa scelta va però letta anche come un segnale culturale. Nel settore dell’elettronica di consumo, la dipendenza dal cloud ha spesso significato controllo totale da parte del produttore e obsolescenza programmata a livello software. Bose, pur non rinnegando la fine del supporto ufficiale, accetta implicitamente l’idea (e ciò le fa sicuramente onore) che il valore di un dispositivo possa essere preservato attraverso l’apertura e la collaborazione esterna. A ben vedere, non possiamo parlare di un modello open source in senso stretto, ma è comunque un passo che riconosce un ruolo attivo agli utenti più competenti e agli sviluppatori.

Resta da capire quale sarà la risposta concreta del mercato. Le API da sole non garantiscono la nascita di soluzioni mature, ma creano le condizioni perché ciò accada. Molto dipenderà dalla qualità della documentazione, dalla stabilità delle interfacce e dall’interesse reale di una community disposta a investire tempo su una piattaforma non proprio recentissima e non più centrale per il produttore. Per Bose, l’operazione ha anche un valore reputazionale, attenuando il danno d’immagine legato allo spegnimento del cloud e mostrando una sensibilità verso chi ha investito nel brand negli anni precedenti.

La vicenda SoundTouch diventa così un caso di studio più ampio sul rapporto tra hardware, servizi cloud e diritti impliciti del consumatore. In un’industria che spinge sempre più verso modelli a servizio continuo, la decisione di Bose rappresenta un precedente che potrebbe fare scuola, introducendo una forma di responsabilità post-vendita che raramente è stata praticata da altri big del mercato.

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