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VINTAGE AUDIO: TESORI NASCOSTI E FALSI MITI

Vintage Audio. Complice una produzione sempre più economica e plasticosa, piuttosto riduttiva nei confronti della qualità costruttiva e sonora, da qualche anno si sta espandendo il mercato del vintage audio, bacino dove è possibile reperire ottimi esponenti dei tempi che furono (?) prodotti magari desiderati per una vita ma che all’epoca della loro commercializzazione avevano costi troppo elevati per lo squattrinato studente di turno, tipico esponente di quella che una volta – insieme alla fotografia – era la passione più gettonata. 

VINTAGE AUDIO: L’INFRASTRUTTURA DI UNA PASSIONE

A prescindere dalla radio Telefunken appartenuta ai miei nonni, oggetto che non mancai di esplorare in lungo ed in largo alla ricerca dei segreti che vi erano celati – valvole in primis – e che ritenevo responsabili del suadente suono che veniva diffuso in ambiente tramite un altoparlante di discreta fattura, l’interesse per la musica e soprattutto per la qualità dell’ascolto, fu sollecitato da un manifesto pubblicitario affisso nei paraggi della mia abitazione.

Fu proprio quel messaggio che attirò la mia attenzione, la sensazione visiva provata fece scattare nel mio cervello l’interesse verso l’ascolto di qualità, qualcosa che molto probabilmente era già custodita dentro di me ed aspettava solamente la giusta occasione per uscire allo scoperto.

Ero, infatti, ancora un imberbe ragazzino quando iniziai a far caso alle prime reclami dei sistemi audio PIONEER, manifesti dai quali faceva bella mostra di se un luccicante pannello in metallo ricco di manopole e levette, qualcosa che alludeva ad una costruzione di sostanza, lontana anni luce dall’impero della plastica mediamente disponibile oggidì.

vintage audio
Un esemplare Pioneer risalente al 1978: appare evidente la realizzazione interamente metallica

Complice quindi la forza dell’immaginazione – ovviamente le mie finanze erano giocoforza molto ridotte – iniziai lentamente a frequentare qualche negozio specializzato, posti di cui fino a qualche tempo prima nemmeno conoscevo l’esistenza, veri e propri luoghi di culto dove era possibile toccare con mano ed ascoltare gli oggetti del desiderio cui anelavo.

Entrare in un negozio di HIFI all’epoca – considerato l’elevato interesse che riscuoteva l’alta fedeltà – significava immergersi nella migliore tecnologia esistente; giradischi, amplificatori, diffusori e testine erano esposti senza “pietà” ed in numero elevatissimo sugli scaffali di questi veri e propri santuari dell’audio. Una cosa in particolare ricordo: l’odore caratteristico delle elettroniche e soprattutto dei diffusori – sovente in vero legno – un aroma particolare derivato probabilmente dal mix delle resine che inglobavano i trasformatori e dalle essenze lignee di cui erano fatti i cabinet dei diffusori, quasi immancabilmente lucidati a mano con olii o cere pregiati. I più attempati ricorderanno certamente questo piacevole particolare.

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Una splendida coppia di JBL C51 “Apollo”

In ogni caso, gli occhi erano letteralmente abbagliati dalla quantità di metallo di cui erano costituiti gli esponenti della migliore amplificazione, ma anche le sorgenti non scherzavano, ove giradischi dal plinto in legno massiccio – l’iconico Linn Sondek ad esempio – erano praticamente la regola. Insomma, anche l’ultimo dei rappresentanti del catalogo di un costruttore era costruito come oggi – forse – è prodotto un esponente di punta, quello che situato in cima al catalogo si occupa di suggerire quale sia la qualità costruttiva di un dato costruttore.

A rivedere oggi certa produzione economica di quei tempi si rimane sorpresi, se non altro per l’uso pressoché esclusivo di metallo, anche nelle parti secondarie quali pulsanti o levette presenti sui frontali. In effetti le lavorazioni meccaniche dell’epoca erano davvero eccellenti, soprattutto certi esponenti del sol levante vantavano una costruzione di livello elevatissimo, quasi lussuosa tanto erano massicce e ben fatte tutte le parti che componevano l’oggetto.

VINTAGE AUDIO: LA CADUTA DEGLI DEI

Col tempo tutto questo ha inopinatamente lasciato il posto a produzioni sempre più economiche, leggere – all’epoca il peso era considerato davvero un valore aggiunto – ed oggettivamente povere, anche dal punto di vista circuitale.

In un impeto di purezza durato fin troppo, infatti, sono lentamente scomparse molte delle funzioni usualmente presenti negli amplificatori – controlli di tono, bilanciamento, compensatore fisiologico, filtri ed altro – circostanza che per certi versi ha portato a subire il sistema audio, ovvero a tenerselo così com’è senza poter minimamente interagire con i componenti al fine di ritagliarsi un ascolto soddisfacente.

Quindi non solo frontali spogli e desolati – sovente la scusa era, appunto, legata alla purezza del circuito e della conseguente migliore qualità sonora esprimibile dall’oggetto – ma anche manopole e pulsanti in plastica, morsetti diffusori a vite – in determinati casi talmente fragili da far rimpiangere quelli a molla usualmente utilizzati all’epoca – nonché telai sempre più leggeri composti da lamiera di ridotto spessore le cui risonanze, degne di un tamburo, erano immancabilmente presenti.

Col trascorrere del tempo, questo stato di fatto ha inevitabilmente contribuito in modo massivo ad un abbassamento della considerazione verso quelli che una volta – vale a dire quando la qualità costruttiva mediamente espressa era alta – erano considerati quasi strumenti di laboratorio, oggetti che trasudavano tecnologia audio a profusione si erano d’improvviso trasformati in qualcosa di economico e fragile, totalmente scomparsa la sensazione di robustezza e qualità.

Logico quindi che ben presto l’attenzione si sia spostata verso gli esponenti del settore dal passato più nobile, periodo in cui marchi storici quali PIONEER, LUXMAN, KENWOOD, JCV, SANSUI, tanto per citare alcuni tra i brand maggiormente noti ed influenti, hanno prodotto alcuni tra i migliori strumenti audio che si ricordi.

Checché se ne dica gli investimenti operati da questi colossi, connotati da un team R&D di eccellente fattura e sospinti da notevoli investimenti in materia, hanno contribuito non poco allo sviluppo di tecnologie ampiamente utilizzate ancora oggi, progressi che a pioggia sono poi successivamente ricaduti sull’intera produzione.

VINTAGE AUDIO: OCCHIO ALLE FREGATURE

Ciò premesso, pensare che qualsiasi oggetto commercializzato in quei tempi sia inevitabilmente connotato da qualità sonora e costruttiva di rara eccellenza è – ovviamente – quanto meno errato.

Come natura vuole, anche in quel periodo sono stati immessi sul mercato oggetti discutibili, talvolta dotati di prestazioni normalissime, in qualche caso (raro) addirittura scadenti, ma pur sempre roba NON degna di attenzione, soprattutto se il fine è quello di munirsi di un valido rappresentante di categoria senza svenarsi.

Ed infatti, direi in modo quasi sospetto, basta scorrere gli annunci di vendita di materiale vintage per sincerarsi di quanto determinati termini (o intere frasi)  siano ampiamente abusati: tra i più ricorrenti “chi lo conosce sa di cosa si parla“, “apparecchio mitico” e “solo per intenditori” – locuzioni che alludono al fatto che l’oggetto in vendita è qualcosa di assolutamente eccezionale.

A ben vedere si scopre che colui che se ne intende, contrariamente alle attese, starà ben lontano da certi prodotti proprio in virtù di quella conoscenza tanto declamata dal “bancarellaro” di turno, soggetto che solitamente pone in vendita qualcosa di normale decantando inesistenti doti sonore; prova ne sia – complice soprattutto il ritorno del vinile – la diffusa presenza di giradischi dal plinto in plastica di bassa qualità, leggera e risonante, economicissimi quindi e non certo degni di rappresentare l’analogico nella migliore accezione del termine.

Altro discorso per certi versi ampiamente ridicolo è il prezzo richiesto per certi prodotti ammantati dalla sacralità del vintage, davvero fuori mercato, in certi casi proprio fuori dal mondo direi, di pura fantasia. D’accordo tentare di alienare qualcosa che magari giace invenduto in negozio oppure nella propria abitazione, ma usare la scusa del vintage per chiedere cifre assurde è davvero indegno, quasi offensivo, se non altro per l’alto rischio di guasto (finanche terminale) insito nell’oggetto, gravato talvolta da parecchi anni sulle spalle, anche una quarantina volendo.

Massima allerta quindi nello scorrere certi annunci, sovente buoni per i neofiti che intendono fare l’affarone (loro?) o per coloro che non avendo più di tanto esperienza rischiano di gettare letteralmente soldi dalla finestra.

Se è quindi vostra intenzione addentrarvi nel vintage audio alla ricerca di oggetti di una certa caratura – prescindendo che quelli di più elevata fattura sono ampiamente noti e purtroppo costosi – cercate di affidarvi a chi conosce bene il loro vero valore senza farvi attrarre da miti inconsistenti, documentatevi in concreto leggendo la loro storia – il web è pieno di risorse in tal senso – e soprattutto procedete con calma, mai come in questo caso la fretta è pessima consigliera.

Come al solito, ottimi ascolti!

 

 

 

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