In un caso legale che apre scenari critici su privacy, pubblicità e controllo domestico, il Texas fa causa ai principali produttori di Smart TV per l’uso della tecnologia ACR e la vendita dei dati di visione
Quando ci si accomoda sul divano e si accende il televisore, l’ultima cosa che ci viene in mente è il fatto che dietro lo schermo si muova un’infrastruttura tecnologica sofisticata che osserva, registra e analizza. La domanda da porsi, a questo punto, assume toni quasi orwelliani e non è più “cosa stiamo guardando”, ma “chi sta guardando noi”.
Da anni i TV connessi integrano sistemi di riconoscimento automatico dei contenuti, noti come ACR (Automatic Content Recognition). Questa tecnologia, che funziona in modo apparentemente innocuo, cattura istantanee di ciò che appare sullo schermo, le confronta con database remoti e identifica il contenuto visualizzato. Il problema emerge quando questo processo avviene in modo continuo, silenzioso e trasversale includendo qualsiasi segnale in ingresso, persino quello proveniente da un computer collegato via HDMI. Il TV, in sostanza, non distingue tra intrattenimento, lavoro o uso personale.
Secondo quanto documentato da un report del 2024, i dati così raccolti vengono aggregati per costruire profili di visione estremamente dettagliati, successivamente monetizzati attraverso il mercato della pubblicità mirata. Un ecosistema che trasforma il televisore in un nodo di raccolta dati paragonabile a uno smartphone, ma collocato nel cuore dello spazio domestico, con implicazioni etiche e giuridiche ben più profonde.

Proprio su questo terreno “scivoloso” si innesta l’azione legale avviata dallo Stato del Texas. Il 15 dicembre 2025, il procuratore generale Ken Paxton ha intentato causa contro cinque grandi produttori di televisori: Hisense, LG, Samsung, Sony e TCL. L’accusa è netta e riguarda l’uso dell’ACR e la rivendita dei dati raccolti senza un consenso adeguato. Nelle parole dell’ufficio del procuratore, la condotta viene descritta come invasiva e ingannevole, in contrasto con il diritto fondamentale alla riservatezza dei cittadini. Il messaggio politico è che possedere un televisore non equivale ad autorizzare una sorveglianza permanente all’interno della propria abitazione.
Il contenzioso non è rimasto confinato alle aule di tribunale come un atto simbolico. A distanza di due giorni dalla causa, un giudice ha emesso un ordine restrittivo temporaneo contro Hisense, imponendo la sospensione dell’uso dell’ACR sul territorio texano. All’inizio di gennaio 2026, un provvedimento analogo ha coinvolto Samsung, sebbene successivamente sia stato sospeso in attesa di un’udienza più approfondita. Segnali che indicano come il tema venga preso sul serio anche sul piano cautelare, riconoscendo un potenziale danno immediato per i consumatori.
L’effetto domino non si è fatto attendere. Il 9 gennaio 2026 è stata depositata a New York una class action contro Samsung, basata sulle stesse pratiche contestate in Texas. L’azione collettiva punta il dito sulla portata dei dati raccolti tra programmi televisivi, contenuti fruiti tramite applicazioni di terze parti e persino informazioni visualizzate quando il TV viene utilizzato come monitor PC. Un livello di pervasività che, secondo i promotori della causa, violerebbe le leggi sulla privacy vigenti in diversi stati americani.
Samsung, secondo l’accusa, ha venduto questi dati ad aziende come Google e X per pubblicità mirata, il tutto senza ottenere il consenso informato dei propri clienti. I querelanti sostengono inoltre che gli strumenti ACR di Samsung registrano l’immagine e l’audio riprodotti sui televisori Samsung ogni mezzo secondo, identificando il contenuto guardato indipendentemente dalla sua fonte.

Dal punto di vista tecnico, la questione ruota attorno alla trasparenza e al controllo. L’ACR non è di per sé una tecnologia illegale, visto che può essere impiegata per migliorare l’esperienza utente, ottimizzare le raccomandazioni o fornire metriche aggregate. Il nodo critico riguarda le modalità di attivazione, la chiarezza delle informative e la possibilità reale per l’utente di disabilitarla senza penalizzazioni funzionali. In molti casi, le impostazioni per farlo (sempre se uno ne conosce l’esistenza) sono sepolte in menu complessi o presentate con formulazioni ambigue, rendendo il consenso più presunto che consapevole.
In Europa il quadro normativo appare, almeno sulla carta, più solido. Il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) offre strumenti di tutela più stringenti, imponendo limiti severi sulla raccolta e sull’uso delle informazioni personali. Ciò nonostante, la diffusione dell’ACR nei televisori venduti nel mercato europeo dimostra come la presenza di una normativa avanzata non equivalga automaticamente a un’applicazione efficace. La distanza tra compliance formale e tutela sostanziale resta ampia, soprattutto in un settore in cui l’hardware si fonde con piattaforme pubblicitarie globali.
Il caso texano va quindi letto come qualcosa di più di una disputa locale. È un segnale di frizione crescente tra modelli di business basati sulla sorveglianza e una rinnovata sensibilità istituzionale verso la privacy domestica. Il televisore, da semplice elettrodomestico, si è ormai trasformato in un terminale dati strategico e comprendere fino a che punto questo sia accettabile, e a quali condizioni, è una questione che riguarda produttori, legislatori e consumatori allo stesso modo.
© 2026, MBEditore – TPFF srl. Riproduzione riservata.
























