Un’inchiesta di Gamers Nexus accusa le Smart TV LG di raccogliere enormi quantità di dati. Tra ACR, reti domestiche, pubblicità e privacy, ecco cosa sta emergendo
Una lunga inchiesta pubblicata da Gamers Nexus, significativamente intitolata 216,000,000 Spy TVs e dedicata alle modalità con cui alcune Smart TV LG gestirebbero la raccolta dei dati, sta facendo parecchio discutere. Le conclusioni presentate dal noto canale YouTube statunitense sono pesanti e meritano attenzione, anche se è fondamentale distinguere tra quanto emerso dai test condotti negli Stati Uniti e ciò che effettivamente accade sui modelli commercializzati in Europa, dove il quadro normativo quando si parla di privacy e tecnologia in generale è profondamente diverso.
Secondo Gamers Nexus, l’analisi del traffico di rete effettuata su diversi televisori OLED LG venduti sul mercato americano, compreso il precedente modello di punta della gamma G, avrebbe evidenziato una comunicazione molto intensa tra il TV e l’infrastruttura online dell’azienda. Attraverso strumenti come Wireshark, il team avrebbe osservato attività di scansione della rete locale e la raccolta di informazioni relative ai dispositivi presenti nell’ambiente domestico, comprese informazioni riguardanti smartphone, smartwatch e altri apparati connessi.
Il punto più delicato riguarda però il modello economico che si trova dietro questa infrastruttura. LG, come praticamente tutti i grandi protagonisti del mercato delle Smart TV, ha trasformato la piattaforma software in una componente sempre più importante del proprio business. Il televisore, in pratica, rappresenta l’hardware attraverso cui costruire servizi, distribuire contenuti e, soprattutto, vendere pubblicità mirata.
In questo senso LG Ad Solutions assume un ruolo centrale. La divisione pubblicitaria del gruppo punta a utilizzare i dati generati dall’ecosistema televisivo per offrire agli inserzionisti campagne sempre più precise. Il concetto è quello ormai consolidato dell’addressable advertising per cui, invece di mostrare lo stesso spot a milioni di persone indistintamente, la pubblicità viene indirizzata verso specifici nuclei familiari o profili di utenti in base a interessi, abitudini e comportamenti.
I TV “spioni”
Il televisore ha però una caratteristica che lo rende particolarmente prezioso rispetto a uno smartphone o a un computer, trovandosi al centro della casa ed essendo utilizzato da più persone. Per questo l’obiettivo delle piattaforme pubblicitarie è costruire una mappa molto più ampia dell’ecosistema domestico.
Uno degli strumenti fondamentali in questo processo è l’Automated Content Recognition, più noto come ACR. Si tratta di una tecnologia, che già conosciamo per altri casi simili emersi negli ultimi anni, che confronta piccole porzioni di immagini o audio riprodotte sullo schermo con enormi database di riferimento, identificando programmi televisivi, film, spot pubblicitari e altri contenuti. In questo modo è possibile sapere cosa viene visualizzato anche quando il contenuto non proviene direttamente da un’app installata sul televisore.
Gamers Nexus sostiene inoltre di aver rilevato comportamenti particolarmente problematici legati alla gestione dell’audio proveniente dal microfono. Nei test descritti nel video, il televisore sarebbe stato in grado di acquisire registrazioni anche in condizioni nelle quali l’apparecchio appariva sostanzialmente inattivo, conservando localmente alcuni dati in assenza di connessione per poi trasmetterli una volta ripristinato l’accesso a Internet.
Si tratta di un’accusa estremamente seria, che va considerata nel contesto dei test effettuati e che richiede inevitabilmente risposte chiare da parte dell’azienda. Perché se è vero che le condizioni sulla privacy esistono, le opzioni di consenso sono generalmente presenti e i sistemi operativi permettono spesso di disattivare determinate funzioni, è altrettanto vero che queste informazioni sono disperse tra menu, informative legali e schermate di configurazione che quasi nessuno legge con attenzione durante la prima accensione.
Le dichiarazioni di alcuni dirigenti LG riportate da Gamers Nexus hanno ulteriormente alimentato la polemica. Espressioni come “we own the glass”, utilizzate nel contesto della presentazione delle capacità pubblicitarie dell’azienda, hanno inevitabilmente colpito l’opinione pubblica perché sembrano ribaltare il tradizionale rapporto tra consumatore e prodotto. Chi acquista un televisore da 2.000 o 3.000 euro tende naturalmente a pensare di aver comprato un dispositivo che gli appartiene. Nell’economia delle piattaforme, invece, quel televisore continua a rappresentare un punto di accesso a servizi e flussi di dati capaci di generare valore per anni.
Ed è questa, probabilmente, la questione più importante dell’intera vicenda. Il mercato dei televisori lavora con margini estremamente ridotti, soprattutto nelle fasce entry-level e mainstream. La competizione di prezzo tra Samsung, LG, TCL, Hisense e numerosi altri produttori ha trasformato il pannello in una commodity sempre più difficile da monetizzare, tanto che per molti brand vendere hardware è soltanto il primo passaggio di un rapporto economico molto più lungo.
Pubblicità, contenuti sponsorizzati, servizi premium, accordi con le piattaforme di streaming e raccolta di dati rappresentano fonti di ricavi ricorrenti decisamente più interessanti rispetto al margine ottenuto dalla vendita del singolo televisore. LG, naturalmente, non dovrebbe essere considerata automaticamente un caso isolato. La stessa inchiesta di Gamers Nexus sostiene che pratiche analoghe potrebbero essere presenti anche presso altri produttori. Roku, brand diffusissimo negli USA e molto poco in Europa, ha costruito una parte rilevante della propria strategia proprio attorno alla pubblicità, ma anche Google TV e Amazon Fire TV appartengono ad aziende il cui modello economico è fortemente basato sui dati e sulla profilazione. Cambiare brand non significa quindi automaticamente risolvere il problema.

Come già accennato in apertura, esiste poi una differenza fondamentale tra Stati Uniti ed Europa. L’indagine di Gamers Nexus riguarda apparecchi commercializzati sul mercato americano, mentre nell’Unione Europea il GDPR impone regole molto più severe sul consenso, sulla raccolta dei dati e sulla possibilità di opporsi a determinate forme di trattamento. Questo non significa che una Smart TV europea sia automaticamente “privacy friendly”, ma rende necessario verificare separatamente quali funzionalità siano attive, quali consensi siano stati concessi e come i produttori abbiano adattato le proprie piattaforme alle normative locali.
Come proteggersi?
Per l’utente, la prima misura utile è entrare nelle impostazioni del televisore e verificare con attenzione tutte le voci relative a privacy, pubblicità personalizzata, riconoscimento dei contenuti e raccolta dei dati di utilizzo. Le denominazioni cambiano da un produttore all’altro, ma funzioni come ACR, Live Plus, servizi di personalizzazione o condivisione delle informazioni diagnostiche meritano sempre un controllo. Vale la pena rivedere queste impostazioni anche dopo gli aggiornamenti del sistema operativo. Le piattaforme Smart TV cambiano nel tempo e nuove opzioni possono comparire con firmware successivi oppure essere riproposte durante procedure di aggiornamento e configurazione.
Un secondo intervento riguarda il microfono. Se non si utilizzano abitualmente i comandi vocali, la scelta più prudente è disattivare l’assistente vocale e qualsiasi funzione che richieda l’ascolto continuo. Sui modelli che dispongono di un interruttore hardware o di un controllo esplicito del microfono, è opportuno verificare che lo stato della funzione sia effettivamente quello desiderato. Anche la rete domestica può offrire un livello aggiuntivo di protezione. Chi dispone di un router evoluto può collocare il televisore su una rete separata, come una rete guest o una VLAN dedicata ai dispositivi IoT. In questo modo una Smart TV connessa a Internet non condivide necessariamente lo stesso segmento di rete utilizzato da computer, smartphone, NAS e altri dispositivi contenenti informazioni più sensibili.
Un’altra precauzione spesso sottovalutata consiste nel rinunciare, quando possibile, all’accesso automatico con account personali durante la configurazione iniziale del televisore. Collegare ogni dispositivo a un unico profilo può rendere più semplice l’integrazione dei servizi, ma aumenta anche la capacità delle piattaforme di associare tra loro informazioni provenienti da ambienti diversi.
Disconnettere completamente il televisore dalla rete rimane una soluzione radicale ma efficace per ridurre la superficie di raccolta dei dati. Il paradosso è che collegare poi un dispositivo esterno per Netflix, Prime Video o Disney+ significa trasferire almeno una parte del problema verso un’altra piattaforma.
Apple TV 4K viene spesso indicata come una delle alternative più attente alla privacy rispetto ai principali concorrenti, ma nessun dispositivo connesso può essere considerato completamente estraneo alla raccolta di informazioni. La vera differenza sta se mai nella quantità di dati acquisiti, nelle finalità del trattamento e nel grado di controllo realmente lasciato all’utente.
La vicenda sollevata da Gamers Nexus dovrebbe quindi spingere i produttori a una maggiore trasparenza. Le Smart TV sono diventate computer permanenti all’interno delle abitazioni e continuare a trattare la privacy come una lunga pagina di condizioni da accettare durante la configurazione iniziale non è più sufficiente. Anche perché quando un televisore può conoscere le abitudini di visione, dialogare con servizi cloud e analizzare l’ambiente digitale nel quale si trova, il confine tra dispositivo di intrattenimento e piattaforma di raccolta dati diventa inevitabilmente molto più difficile da ignorare.
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