A partire dal 17 novembre 2026, Sony disattiverà le funzioni di rete e streaming su 25 prodotti audio e home cinema. Una decisione che riapre il dibattito sulla durata reale dei dispositivi smart
A partire dal 17 novembre 2026, ben 25 prodotti Sony commercializzati tra il 2010 e il 2016 perderanno completamente le funzionalità legate alla rete e allo streaming. Si tratta di dispositivi che, al momento del lancio, avevano proprio nelle funzioni online uno dei principali argomenti commerciali e che ora si troveranno improvvisamente privati di una parte sostanziale delle loro capacità operative.
L’intervento programmato da Sony riguarda una vasta gamma di servizi integrati. Gli utenti non potranno più accedere alle applicazioni di streaming presenti nei dispositivi coinvolti e verrà meno il supporto a piattaforme che negli anni sono diventate centrali nell’esperienza domestica come Spotify, Netflix, Amazon Prime Video e Google Cast.
La disattivazione non sarà soltanto funzionale ma anche visiva. Dal giorno successivo allo spegnimento dei servizi, le relative icone verranno infatti rimosse dalle interfacce dei prodotti interessati. In altre parole, l’ecosistema smart integrato sparirà completamente dall’esperienza d’uso. Questo non significa che i dispositivi diventeranno inutilizzabili. I lettori continueranno a leggere dischi, gli amplificatori a gestire le sorgenti collegate e i sistemi audio a riprodurre contenuti locali, ma verrà meno proprio quella componente “connessa” che aveva contribuito a differenziarli rispetto ai modelli tradizionali.

La portata dell’operazione è particolarmente significativa perché coinvolge categorie di prodotto molto diverse tra loro. Nell’elenco figurano lettori Blu-ray, sistemi home cinema integrati, sintoamplificatori AV, dispositivi dedicati allo streaming, streamer di rete, soundbar e diffusori wireless.
Molti di questi prodotti appartengono tra l’altro a una generazione che ha accompagnato la diffusione dei servizi digitali nelle abitazioni. Basti pensare ai sintoamplificatori della serie STR-DN, modelli che hanno rappresentato per anni un punto di riferimento nella fascia media del mercato home cinema grazie al rapporto tra prestazioni, dotazione tecnica e funzioni di rete. Per chi li possiede, il problema non riguarda soltanto la perdita di una caratteristica accessoria, visto che in molti caso lo streaming musicale integrato era diventato il metodo principale di utilizzo quotidiano.
Questo l’elenco completo dei prodotti interessati:
L’annuncio assume un peso ancora maggiore se osservato nel contesto generale del mercato. Negli ultimi mesi, un’altra azienda storica del settore audio come Bose ha adottato una strategia simile interrompendo le funzionalità cloud della piattaforma SoundTouch. Visti singolarmente, questi episodi potrebbero apparire come casi isolati legati a specifiche esigenze tecniche. Analizzati nel loro insieme, delineano invece una tendenza sempre più evidente, secondo la quale la vita utile di un prodotto smart non coincide più necessariamente con la durata fisica dell’hardware.
Un amplificatore stereo degli anni ’80 può ancora oggi funzionare esattamente come il giorno in cui è stato acquistato, mentre un dispositivo connesso del 2015, pur perfettamente integro dal punto di vista elettronico, rischia di perdere funzioni essenziali semplicemente perché il produttore decide di interrompere il supporto software o i servizi associati.
Per l’utente la conseguenza più immediata è la drastica riduzione del valore funzionale dell’apparecchio. Molti consumatori avevano scelto questi prodotti proprio per la presenza di Spotify Connect, delle applicazioni video integrate o delle funzionalità multiroom. Quando tali caratteristiche vengono eliminate, l’esperienza d’uso cambia radicalmente. Un sistema che fino al giorno prima consentiva di accedere direttamente ai servizi online si trasforma in un dispositivo che necessita di sorgenti esterne per svolgere le stesse operazioni.
Naturalmente esistono soluzioni alternative. Una Apple TV, un Fire TV Stick, uno streamer dedicato o persino uno smartphone collegato via Bluetooth possono restituire gran parte delle funzionalità perdute. Si tratta però di device che richiedono ulteriori investimenti e che, soprattutto, non erano necessari al momento dell’acquisto originale.

Dietro queste decisioni si nascondono generalmente motivazioni tecniche ed economiche. Mantenere operative infrastrutture server dedicate a dispositivi datati comporta costi crescenti. A ciò si aggiungono i rinnovi delle licenze software, l’evoluzione dei protocolli di sicurezza e la necessità di adeguarsi a standard che cambiano continuamente.
Dal punto di vista delle aziende, continuare a investire su piattaforme sviluppate oltre dieci anni fa può in effetti risultare poco sostenibile. Il problema è che la prospettiva del consumatore è completamente diversa. Chi acquista un sintoamplificatore da diverse centinaia di euro o una soundbar premium tende infatti a considerarlo un bene durevole. Dopotutto, per questo tipo di prodotti le aspettative sono molto più vicine a quelle di un componente hi-fi tradizionale che a quelle di uno smartphone destinato a essere sostituito ogni pochi anni. Ed è proprio qui che nasce la frattura tra produttori e utenti.
Anche per questo motivo, si sta iniziando a privilegiare approcci modulari, nei quali la componente hardware rimane separata dai servizi connessi. Un amplificatore o un sintoamplificatore possono continuare a svolgere il proprio compito per molti anni, mentre le funzioni di streaming vengono delegate a sorgenti esterne facilmente sostituibili quando diventano obsolete. È una filosofia che ricorda quella dell’alta fedeltà classica basata su componenti indipendenti e aggiornabili singolarmente. Una visione che oggi appare meno nostalgica e molto più pragmatica di quanto potesse sembrare soltanto qualche anno fa.
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