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BIG IN JAPAN, OVVERO COME TI DIVENTO UN BIG

La nota locuzione, se non altro diventata famosa grazie all’omonima hit anni ’80 ad opera del gruppo pop Alphaville, allude a quella sorta di notorietà ristretta che molti artisti subiscono nella loro carriera. Non è la prima volta, infatti, che il Giappone eleva a ruolo di star esponenti del music business che in Europa oppure altrove non si fila nessuno.

BIG IN JAPAN: LA TERRA PROMESSA DEGLI SCONOSCIUTI

Talmente elevata è la notorietà di questa frase che per estensione, il suo utilizzo è diventato sinonimo di indifferenza verso qualcuno le cui affermazioni sono talmente inconsistenti che forse – quindi per mera ipotesi – potrebbero essere prese sul serio giusto nel paese del sol levante. Parimenti, connotati artistici altrettanto vacui danno luogo ad una correlazione simile, ove gruppi a noi totalmente alieni vantano nel paese del sushi ampia notorietà.

Di recente però, la situazione sta assumendo concretamente tratti che hanno del grottesco, allorquando in determinate occasioni artistiche, a personaggi assolutamente sconosciuti è riconosciuto il ruolo di big della canzone.

Uno dei massimi rappresentanti del successo di un artista indimenticabile: l’album thriller del compianto Michael Jackson

 

Un tempo, era la vendita di un consistente numero di dischi a dar luogo al riconoscimento del Disco d’oro (1 milione di copie vendute) oppure di Platino (10 milioni di copie vendute) mentre oggi le cifre necessarie al raggiungimento di questi traguardi si sono drammaticamente e consistentemente ridotte, tanto che sono sufficienti appena 25.000 o 50.000 dischi per ottenere lo stesso risultato!

BIG IN JAPAN: IL PROGRESSIVO AVANZARE DEL REGRESSO

So che il titolo può apparire contorto, ma il problema, a mio modesto avviso, va ricercato nell’evoluzione (?) del mercato, che ad un certo punto ha iniziato – complici i vari social che rendono possibile “esserci” sempre e comunque sia per dire la propria che per veicolare qualsiasi tipologia di messaggio, fosse anche quante volte oggi si abbia avuto occasione di starnutire – a ritenere dei BIG soggetti sbucati fuori all’improvviso da un oscuro sottobosco musicale praticamente ignoto.

Ora, è chiaro che se l’impegno richiesto per ottenere una determinata cosa diviene sempre meno oneroso – il che in tutta onestà non può certo essere ascritto quale colpa all’artista di turno – raggiungere determinati traguardi sarà sempre più facile, e mentre in precedenza occorreva davvero darsi da fare al fine di emergere facendo sì che le proprie qualità svettassero in confronto a quelle dei rivali, al momento è assai facile assumere il ruolo di “grande della canzone italiana”, un titolo assai impegnativo trasformato in qualcosa di quasi banale.

Tristissimo a dire il vero, sia perché il suddetto titolo è a tal punto realmente ridotto ai minimi termini e quasi privo di senso in quanto, stando almeno alla semantica, un grande in qualche campo dovrebbe essere qualcuno che abbia contribuito in concreto a far crescere e progredire un dato ambito – in tal caso la canzone italiana – e non un perfetto sconosciuto che grazie ai download ha guadagnato una qualche fama.

Tra l’altro, occorre necessariamente considerare come il download sia qualcosa di incorporeo, figlio di quel becero consumismo che porta ad ascoltare – con ulteriore leggerezza ovvero pratico disinteresse legato spesso ad inconsistente curiosità – perfino gli sbadigli emessi dal noto artista, ammesso esistessero e fossero stati registrati: tanto è gratis e al limite cancello il file.

Per alcuni un vantaggioso regresso, non c’è che dire.

BIG IN JAPAN: DOVE CI SIAMO GIÀ VISTI?

Da qualche tempo mi capita spesso di provare un qual certo nervosismo nel momento in cui vedo identificare – quale illustre interprete della migliore espressione artistica italiana – attori totalmente sconosciuti di un altrettanto sconosciuto film al punto da domandarmi, inevitabilmente, chi egli sia.

Attenzione, non intendo di certo affermare che solo perché non conosco io il soggetto questo non debba essere un valido artista, ci mancherebbe, solo che a ben vedere, almeno come di solito accade o dovrebbe accadere, qualcuno di effettivamente noto in un dato campo è conosciuto anche dal mio gatto: suggeriscono nulla i nomi di Lucio Dalla o di Luigi Tenco?

Per carità, lungi da me la minima idea di fare simili impossibili ed improbabili paragoni – per certi versi pure insultanti ed offensivi – ma nominando questi concretamente illustri esponenti della migliore canzone italiana suppongo che nessuno mi guarderebbe sorpreso, qui si parla di giganti, punto e basta.

BIG IN JAPAN: LA GENESI DELL’IGNORANZA E LA CONSEGUENTE PERDITA DI VALORI 

Un aspetto affatto trascurabile connesso a questo stato di fatto, qualcosa che ho sovente verificato soprattutto – ahimè – tra i giovani, giace nella pratica incapacità di giudizio artistico da parte di questi. Qualcosa che richiami anche lontanamente una critica costruttiva, a prescindere dal fatto di essere positiva o negativa, è totalmente assente dalla loro mente; a volte mi viene in mente un magistrato i cui riferimenti giuridici siano le chiacchiere da bar piuttosto che i codici. Addirittura, qualche tempo fa nominando gli AC/DC mi sentii chiedere chi mai fossero (!) e quale genere di musica facessero – l’ipotesi iniziale era la techno – cosa che davvero mi lasciò basito.

D’altronde, così come nello sport o in qualsiasi mestiere o professione la pratica infonde conoscenza e cultura, necessarie al fine di compiere scelte opportune, anche la selezione di cosa ascoltare passa necessariamente attraverso la comprensione di un fenomeno noto come “virtuosismo”, diversamente, le scelte saranno letteralmente imposte dalla mancata conoscenza di quei fattori che, appunto, consentono di riconoscere la qualità piuttosto che la quantità.

Una volta, il semplice venire a conoscenza dell’imminente uscita del nuovo lavoro di un artista che magari si seguiva costantemente, provocava una specie di eccitazione e la sola consapevolezza che a breve si sarebbe entrati in possesso del nuovo disco – poiché all’epoca il vinile era l’unico supporto disponibile, cassetta a parte – bastava a rendere felici gli appassionati di musica.

Perfezionato l’acquisto dell’ultimo successo, prassi voleva che una volta estratto dalla copertina – con la massima cura ovviamente, a mo’ di rituale liturgico – questo fosse adagiato sul piatto per poi rimanerci anche per mesi. Avete letto bene, ho scritto mesi, e questo perché le paturnie da audiofilo impallinato allo stadio terminale erano (e per fortuna) parecchio lontane, e poco importava se qualche granello di polvere nel frattempo si andava a depositare tra i solchi, una bella spazzolata e via, pronti per nuove emozioni. Ed era il 1981 quando nei negozi di dischi fece capolino “Fair Warning”  quarto e notevole lavoro dei mitici Van Halen, all’epoca frequentavo le superiori, ed ancora rammento con estremo piacere gli interminabili ascolti nel conforto della mia camera di studente, di certo l’impianto non era quello di oggi ma il piacere era elevatissimo, e come da prassi, il suo stazionare sul giradischi lo rendeva sempre “pronto all’uso”.

BIG IN JAPAN: (TRISTI) CONCLUSIONI 

Perché tristi? Per il semplice fatto che se non si verificherà un’inversione di tendenza – e di questo passo la vedo dura – saranno gli pseudo-valori appena descritti a prendere il sopravvento, e questo porterà ad un ulteriore impoverimento della capacità critica verso un artista: in poche e più semplici parole, chiunque – a prescindere dall’impegno, la dedizione ed il lavoro fatti (o non fatti ovvero fatto da altri) – sarà posto al medesimo livello, situazione che – come solitamente accade – favorisce chi si barcamena piuttosto che chi davvero si impegna.

Come al solito, ottimi ascolti!!!

 

 

 

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