Da Masimo a TCL, da Barco a Skyworth, il mercato TV e hi-fi sta vivendo una stagione di acquisizioni e difficoltà senza precedenti. C’è da preoccuparsi?
C’è qualcosa di vagamente destabilizzante nell’osservare, uno dopo l’altro, alcuni dei brand che hanno costruito decenni di fedeltà emotiva finire sotto ombrelli societari sempre più grandi e sempre più distanti dal prodotto originale. Non è un fenomeno nuovo, ma negli ultimi 3-4 anni ha assunto proporzioni tali da far sembrare il settore dell’elettronica di consumo un tavolo da gioco in cui le pedine vengono spostate con una velocità mai vista prima.
Tutto ha una logica, naturalmente. Il problema è che spesso questa logica risponde a dinamiche finanziarie e industriali che poco hanno a che vedere con la qualità del suono o con la fedeltà dell’immagine. E allora vale la pena fermarsi a guardare cosa sta accadendo, senza troppa indulgenza verso i comunicati stampa e le narrative aziendali.
Masimo: la deviazione più clamorosa
Partiamo da uno degli episodi più grotteschi nella storia recente dell’hi-fi. Nel 2022, Masimo Corporation, azienda californiana specializzata in dispositivi medicali, acquista Sound United per circa 1,03 miliardi di dollari. Dentro Sound United ci sono brand storici e amatissimi dagli audiofili come Denon, Marantz, Bowers & Wilkins, Polk Audio, Definitive Technology e Classé. Aziende europee, americane e giapponesi con decenni di storia, una base di appassionati solida e ingegneri che avevano dedicato carriere intere alla progettazione acustica.
Perché una società di tecnologia medicale avesse interesse a gestire amplificatori e diffusori non è mai stato del tutto chiaro, al di là delle dichiarazioni ufficiali sull’integrazione tra salute e lifestyle audio. La risposta è arrivata nel 2025, quando Masimo, per correre ai ripari dopo tre anni in cui evidentemente non ha avuto alcun beneficio dall’acquisizione, ha ceduto l’intera divisione a Harman International per soli 350 milioni di dollari (meno di un terzo di quanto aveva pagato tre anni prima). Una perdita secca di oltre 680 milioni, che racconta tutto sulla solidità strategica di quell’acquisizione originaria.
Harman, controllata al 100% da Samsung dal 2016 per 8 miliardi di dollari, ha completato l’operazione nel settembre 2025. Il risultato è un catalogo audio che non ha precedenti per ampiezza: JBL, Harman Kardon, AKG, Mark Levinson, Arcam, Revel, e ora anche B&W, Denon, Marantz, Polk, Boston Acoustics. Samsung, in sostanza, controlla oggi una fetta enorme del mercato audio mondiale, dagli auricolari true wireless da 50 euro fino ad amplificatori di potenza da decine di migliaia di euro.
Gentex e il paradosso dell’automotive
Se l’acquisizione di Sound United da parte di Masimo aveva già sollevato qualche sopracciglio, quella completata a dicembre 2024 da Gentex Corporation ha riproposto lo stesso copione con protagonisti diversi. Gentex è un’azienda americana il cui business principale ruota attorno a specchietti retrovisori elettrocromici, sistemi di visione digitale per l’automotive e tecnologie di protezione antincendio per l’aviazione. Non esattamente il curriculum che ci si aspetta da chi rileva in un colpo solo Klipsch, Onkyo e Integra, tre brand che nell’immaginario degli appassionati di audio hanno significati precisi e radicati.
L’operazione si è conclusa con l’acquisto del 100% delle azioni di VOXX International (la holding che tramite Premium Audio Company controllava i tre brand, insieme a Pioneer, Pioneer Elite, Heco e Magnat) per circa 196 milioni di dollari. Gentex deteneva già una quota rilevante di VOXX dal 2023 e quindi l’acquisizione finale è stata più una formalizzazione che una sorpresa. Il vero obiettivo dichiarato, però, è ancora una volta estraneo all’hi-fi in senso stretto. Gentex punta infatti alla tecnologia EyeLock, il sistema di autenticazione biometrica tramite iride sviluppato da VOXX da integrare nei propri prodotti per il settore automotive, aerospace e medicale.

I brand audio, in questo scenario, sembrano quasi un effetto collaterale dell’operazione. Eppure, Gentex ha formalmente assicurato che Klipsch, Onkyo e Integra non verranno abbandonati, citando espressamente le proprie capacità produttive su larga scala come asset utile a supportare l’espansione di Premium Audio Company e sottolineando il potenziale dell’automotive come sbocco naturale per i sistemi Klipsch, già presenti in effetti su alcune piattaforme OEM. Nell’ultimo anno, la stessa Onkyo ha presentato nuovi prodotti e si prepara per un 2027 ricco di novità anche in ambito home cinema, facendo quindi assaporare una rinascita che speriamo si concretizzi e possa durare a lungo.
Nonostante queste premesse, il parallelo con Masimo è inevitabile e non è dei più rassicuranti. Entrambe le operazioni vedono aziende con un forte radicamento nell’automotive o nel medicale entrare nell’hi-fi non per passione verso il prodotto, ma per ragioni laterali (brevetti, tecnologie, canali distributivi). I brand audio rischiano così di diventare asset di secondo livello, mantenuti perché hanno un valore di mercato residuo ma non necessariamente curati con la stessa attenzione che richiederebbe chi li ha costruiti nel tempo.
Barco, Focal e Naim: l’inatteso arriva dal Belgio
Se l’operazione Masimo-Harman era nell’aria da tempo, quella annunciata pochi giorni fa ha colto tutti di sorpresa. Barco, azienda belga specializzata in proiezione cinematografica e professionale, visualizzazione medica e sistemi di collaborazione per le imprese, ha raggiunto un accordo di principio per acquisire il 100% di VerVent Audio Holding per circa 135 milioni di euro.

VerVent controlla Focal e Naim, due brand (il primo francese, il secondo britannico) che per chiunque abbia mai frequentato una fiera hi-fi o un negozio di alta fedeltà evocano qualcosa di preciso. Focal produce diffusori e cuffie di riferimento di fascia alta e altissima, mentre Naim è una di quelle aziende che ha definito il significato stesso dell’elettronica audiofila. Insieme, tra il 2014 e il 2019, erano confluiti sotto VerVent con una logica di complementarità e distribuzione comune, includendo una rete di oltre 80 boutique monomarca in tutto il mondo.
Ora passano sotto Barco, che non ha mai prodotto un diffusore o uno streamer in vita sua. La logica dichiarata dall’azienda belga parla di convergenza tra audio e video nei sistemi professionali e residenziali premium. Sulla carta non è una cosa assurda considerando che Barco è già presente nei cinema, negli studi e nelle sale riunioni di mezzo mondo, tutti ambienti in cui un audio degno di quel nome farebbe la differenza. Ma c’è chi storce il naso, e non a torto, chiedendosi se la sensibilità progettuale di Naim o la filosofia acustica di Focal possano davvero sopravvivere integre dentro una multinazionale dell’AV professionale. La storia insegna che le risposte a queste domande arrivano sempre tardi e quasi mai sono quelle che si sperava.
Bose si compra il sogno americano (e italiano)
C’è un’altra acquisizione che merita di stare in questo racconto e che, per certi versi, è ancora più paradossale di quelle già citate. Il 19 novembre 2024, Bose Corporation ha annunciato l’acquisto dell’intero McIntosh Group, portando sotto il proprio ombrello sia l’icona hi-end americana McIntosh, sia Sonus faber, il produttore vicentino di diffusori che da decenni incarna il concetto di liuteria applicata all’acustica.
Per capire il peso simbolico di questa operazione, bisogna tenere a mente cosa rappresenta Bose nell’immaginario audiofilo, ovvero un’azienda capace di sfornare prodotti consumer di qualità ma tradizionalmente guardata con una certa diffidenza dagli appassionati più intransigenti. Bose è soundbar, cuffie e auricolari con cancellazione del rumore e speaker Bluetooth. McIntosh fa rima con il massiccio finale con i VU meter blu che può arrivare a costare come un monolocale, mentre Sonus faber è il diffusore che ti fa venire voglia di non spegnere mai l’impianto. Il contrasto è stridente e non è casuale che la notizia abbia attraversato i forum audiofili come una scossa elettrica.

Secondo il CEO di Bose, Lila Snyder, l’acquisizione va inquadrata soprattutto in un’ottica automotive. Sia Bose (Honda, Cadillac e Nissan), sia McIntosh (Jeep) sono già infatti presenti nei sistemi audio integrati nelle automobili e l’unione dei due know-how potrebbe produrre qualcosa di rilevante in un mercato, come quello dell’in-car audio di fascia premium, in fortissima espansione grazie all’elettrico.
Sulla carta, quindi, questa acquisizione (almeno lato McIntosh) ha senso, senza contare che Bose, a differenza di Masimo e Barco, è comunque un’azienda del settore audio, il che la rende un acquirente meno indigesto di quanto possa essere un fondo d’investimento o una multinazione che nulla ha a che vedere con il suono. Resta però la domanda di fondo su quanto una grande struttura corporate sia davvero in grado di preservare l’anima di un brand che vale proprio perché è sempre stato il contrario di una corporation.
Il fronte TV: i giapponesi cedono il passo
Il settore TV inquadra una storia diversa ma per certi versi parallela, raccontata da chi ha capito che competere su scala globale nei televisori di massa non è più sostenibile con le strutture di costo interne (in questo caso giapponesi).
Sony ha annunciato a inizio anno l’intenzione di cedere il 51% del proprio business home entertainment (TV e soundbar) al colosso cinese TCL, mantenendone una quota di minoranza del 49%. Con questa nuova joint venture, che dovrebbe avviare le attività nell’aprile 2027 dopo le approvazioni regolamentari, TCL porterà in dote la capacità produttiva industriale, la supply chain verticale e l’efficienza dei costi, mentre Sony contribuirà con il brand, le tecnologie di elaborazione dell’immagine e l’esperienza ingegneristica accumulata nello sviluppo dei TV Bravia (in pratica, il suo ultradecennale know-how). In teoria, il meglio dei due mondi, ma in pratica Sony perde il controllo operativo di uno dei suoi asset più iconici e lo cede a un produttore cinese che, fino a 10 anni fa, era considerato un brand di secondo piano.

Un altro brand storico giapponese come Panasonic ha percorso una strada analoga, ma con sfumature diverse. Il mese scorso ha infatti ufficializzato la partnership con il produttore cinese Skyworth, che da qui in poi gestirà vendite, marketing e distribuzione dei televisori Panasonic nel mercato europeo e statunitense. Non è però una cessione totale, visto che Panasonic manterrà il controllo sullo sviluppo dei modelli OLED top di gamma e continuerà a garantire l’assistenza post-vendita.
Il Presidente di Panasonic aveva già dichiarato a inizio 2025 che la vendita della divisione TV era un’opzione concreta. L’accordo con Skyworth è la soluzione intermedia che consente di monetizzare il brand senza affrontare gli investimenti necessari per competere in un mercato dove i margini si sono assottigliati fino quasi a scomparire. soprattutto se si parla di TV di fascia medio-bassa.
Perché sta succedendo tutto questo?
Sarebbe comodo rispondere con uno slogan: “colpa dei cinesi”. E in parte è persino vero, ma è una verità che richiede qualche sfumatura in più per essere utile.
Nel mercato TV, i produttori cinesi di nuova generazione (TCL, Hisense, Skyworth, Xiaomi) hanno costruito nell’arco di un decennio una capacità industriale che non ha rivali per efficienza e scala. Producono pannelli (TCL CSOT), software e piattaforme smart TV (si pensi solo a VIDAA di Hisense), abbattendo i costi in un modo che nessun produttore tradizionale riesce a replicare senza un partner industriale cinese.
Sony e Panasonic non hanno perso la battaglia tecnologica (i loro TV OLED e i loro processori di immagine restano tra i migliori in assoluto), ma hanno perso quella economica. In un mercato dove il consumatore medio guarda prima il prezzo e poi le specifiche tecniche, questo è determinante.

Nel mondo hi-fi la situazione è più complessa. Lo streaming, di cui tra l’altro Naim è stata fra i prime-mover in assoluto con il suo all-in-one Uniti del 2009, ha radicalmente cambiato il modo in cui le persone fruiscono la musica, creando una domanda di qualità audio che in teoria avrebbe dovuto favorire i produttori di fascia alta.
Il mercato si è invece frammentato, con da un lato i dispositivi Bluetooth e wireless a prezzi accessibili che hanno conquistato un ampio pubblico e, dall’altro, con il segmento audiofilo puro che è rimasto di nicchia, con una base di clienti anziana e in lento ricambio. I brand storici si sono così trovati schiacciati nel mezzo, con strutture di costo elevate e mercati di sbocco sempre più difficili da presidiare senza le economie di scala che solo i grandi gruppi possono garantire (esemplificativi in tal caso il fallimento di Auralic e la chiusura di Cocktail Audio).
È in questo contesto che si capisce l’operazione Masimo-Harman e si capisce perché VerVent abbia deciso di cedere a Barco. E si capisce anche perché Samsung, con la sua controllata Harman, stia costruendo metodicamente un impero audio che spazia dal consumer all’automotive, dall’entry level al segmento ultra-premium. Una risposta razionale di chi dispone di capitali illimitati a un mercato che premia la scala e penalizza la frammentazione.
Il nodo della credibilità dei brand
La domanda che nessuno nei comunicati stampa si pone mai apertamente è quella più scomoda: cosa rimane di un brand quando cambia proprietà svariate volte nel giro di un decennio? Bowers & Wilkins è passata per le mani di Eva Automation, Sound United, Masimo e ora di Harman-Samsung nell’arco di dieci anni, mentre McIntosh è andata incontro a sette passaggi di proprietà in 75 anni, di cui cinque concentrati negli ultimi 35 anni. Ogni passaggio ha portato promesse di continuità e investimenti nel prodotto, ma chi conosce la storia sa che la continuità vera (cultura aziendale, filosofia progettuale, persone che stanno dietro ai prodotti) è la prima cosa a evaporare in queste operazioni.
Non è cinismo, è realismo. Le grandi strutture corporate hanno obiettivi di redditività, roadmap di prodotto condivise con decine di altri brand e pressioni sui margini che inevitabilmente plasmano le scelte ingegneristiche. Il rischio, per brand come Naim o Focal o Marantz, non è di scomparire, ma di diventare “bollini” applicati a prodotti sempre meno identitari. E per un appassionato di hi-fi, questo è forse il danno più difficile da accettare.
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