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Integrato o finale: dove ci guida la passione

Krell ksa 50s power amplifier

Quando si tratta di hi-fi, al di là di sorgenti, streaming o supporti fisici, la componente analogica finale non può essere trascurata. La scelta dell’amplificatore, vero motore dell’impianto stereofonico, è centrale nella definizione del suono che si vuole ottenere.

Di norma, soprattutto quando si entra nel mondo dell’alta fedeltà, e per motivazioni di prezzo, la scelta tipica ricade sull’integrato. Magari con DAC e componenti streaming per un uso il più versatile possibile. L’accoppiata pre-finale, però, nasconde dei valori che spesso non sono emulabili da parte dell’integrato. Vediamo perché.

La domanda che dovremmo porci dovrebbe essere questa: sono realmente appassionato di hi-fi, oppure questo è solo un passatempo fra gli altri mille, che potrà morire così com’è nato? La domanda pare retorica e dal gusto iperbolico, ma, quando si tratta di soldi, specialmente in questo periodo, i ragionamenti non sono mai inutili. Un integrato, infatti, è, di norma, il primo passo per tutti, specialmente se si tratta di un modello entry level.

Quando le esigenze salgono e si richiede, alla propria esperienza musicale, di essere sempre più ricercata e corrispondente ai nostri desideri, allora si può parlare di passione. Si può parlare, davvero, di alta fedeltà e non solo di ascoltare bene la musica.

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Pioneer A50K. Un grande protagonista di molti impianti di medio livello, e per molti, del primo impianto hi-fi.

È qui che entra in gioco il valore di un finale.

Quando le richieste salgono, anche l’impianto deve fare di conseguenza. È certamente possibile passare ad un integrato di fascia superiore, dal momento che vi sono esponenti di questo segmento ad ogni prezzo e livello, ma sarebbe bene considerare una combo pre-finale.


Il finale di potenza non deve fare altro che amplificare il segnale del preamplificatore, ed è per questo che molti degli storici brand dell’alta fedeltà manifestano in questi prodotti il meglio della loro tecnologia e del loro concetto sonoro. Perché brand come Krell o Mark Levinson sono ora assunti a divinità dell’hi-fi americano, se non per la loro possanza riposta nei finali?

Negli anni Settanta, quando l’alta fedeltà hi-end (a transistor, in maniera preponderante) esplose nelle case degli appassionati, era proprio il finale di potenza a scuotere le brame degli appassionati. Il preamplificatore era, piuttosto, considerato come un aggeggio strettamente necessario per rendere la sorgente trattabile al finale, vero artefice del suono che fuoriusciva dai diffusori. Si tratta, è ovvio, di una considerazione manchevole, ma rende l’idea del finale nell’immaginario collettivo classico.

A fronte di molti eccellenti integrati hi-end, perché, dunque, scegliere un finale?

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Il leggendario Mark Levinson 334. Un finale a transistor che ha fatto storia.

Poniamo che un integrato ci soddisfi per la sua componente preampli, ma non per la sua potenza, la sua corrente e il suo suono. Non si potrebbe fare altro che cambiare l’intera macchina (certo, sarebbe possibile utilizzare le uscite PRE OUT, ma a meno di giungere a certi livelli hi-end, raramente si può considerare questa un’opzione definitiva). La coppia pre-finale permette, all’opposto, tutti i cocktail possibili, solo la fantasia è il limite al fine di creare un impianto aperto a ogni esigenza sonora.

Tipici sono, per esempio, i tandem dove si utilizza un pre McIntosh e un finale più secco e diretto, oppure più pungente. Operazioni, chiaramente, inadatte ad un integrato, ideato per lavorare all’unisono.

Se si tratta di hi-end vero e proprio, inoltre, è noto come la massima divisione a componenti separati sia la condizione tecnica elementare al fine di ottenere le migliori prestazioni, ed evitare interferenze o castrazioni del comparto alimentazione.

Una menzione nei riguardi della componente DAC. Raramente troviamo responsi davvero soddisfacenti all’interno delle centrali tuttofare. Magari sarà possibile trovare di meglio in una sorgente dotata di DAC interno o in un pre che svolga, degnamente, anche questa mansione.

Alcuni vecchi adagi non vengono mai meno. La divisione a componenti il più possibile separati, oltre che di massima qualità, rappresenta ancora la via cardinale per costruire un impianto hi-fi soddisfacente, e durevole nel tempo.

E questo, nonostante i compattoni tuttofare ora in voga.

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