Proprio in questi giorni si svolge in quel di Anagni – la nota città dei Papi vicino Roma – la IX edizione del Jazz Fest, occasione ghiotta per gli appassionati del genere che a costo zero, visto che i concerti sono gratuiti, possono ascoltare il “suono” prodotto dagli strumenti di illustri musicisti che gravitano nella densa orbita del jazz italiano.
Ma non solo, perché paradossalmente – e nemmeno tanto – sono proprio queste le occasioni in cui è possibile “fare la tara” verso quelle che sono le caratteristiche timbriche del suono di un evento live, ovvero il massimo riferimento dell’esperienza d’ascolto, una realtà cui non è possibile sottrarsi in alcun modo che sempre dovrebbe essere ben presente nella mente dell’appassionato.
Infatti, è proprio a seguito dell’ascolto dei vari gruppi che si sono alternati sul palco che nasce questo articolo, contesti diversi dove si ha modo di ascoltare con le proprie orecchie il suono reale degli strumenti memorizzando le caratteristiche precipue di ciascuno, aspetto che tornerà assai utile in futuro – questo malgrado la memoria uditiva sia purtroppo abbastanza breve – vale a dire nel momento in cui ci troveremo a dover individuare quelle che sono le qualità della prestazione espressa da un elettronica ovvero, probabilmente anche in misura maggiore, da una coppia di diffusori, il cui suono rappresenta l’anello ultimo della catena di riproduzione.

Tra i numerosi musicisti intervenuti molto interessante si è rivelato il trio denominato IDENTITHREE formato da Nicola Angelucci alla batteria, Enrico Zanisi al pianoforte e Enzo Pietropaoli al contrabbasso; quest’ultimo certamente di fama internazionale e dalla cavata robusta, tale da mettere ben in evidenza la linea del basso sovente doppiato dalla cassa della batteria.
Molto percussivo lo stile di Angelucci, basato su un interessante mix di bacchette, spazzole e mani – qualcosa di simile allo statunitense Joey Baron per intenderci – il che conduce ad un suono morbido giammai sovraesposto o ipertrofico, uno stile comunque sempre adatto al genere anche quando è richiesta energia e dinamica nell’esecuzione.
Il pianismo di Zanisi potrebbe essere accostato a quello dell’immenso Bill Evans – e credo sia un gran bel complimento – tanto fluide, liriche e sospese in aria appaiono le note che estrae dal suo strumento, uno stile felpato e sornione, sovente arricchito da accenti perfettamente centrati nel loro improvviso apparire.
Pietropaoli ed il suo contrabbasso sorreggono a meraviglia l’intero contesto, anche perché la tecnica del nostro prevede in determinati casi l’utilizzo del mallett – la caratteristica bacchetta con l’estremità in feltro utilizzata solitamente dai vibrafonisti – circostanza che attribuisce una sonorità percussiva allo strumento evidenziando gli armonici, per certi versi qualcosa di simile allo slap utilizzato nel basso elettrico, questo a prescindere dal suono e dal timbro dello strumento, sempre giustamente inserito nel contesto.
Ebbene, se finora ho parlato delle caratteristiche e delle finezze emerse durante l’ascolto di questo eccellente trio – dei quali consiglio caldamente di cercare i loro lavori, anche in forma di co-leader – non l’ho certo fatto a caso, ma anzi, proprio al fine di evidenziare quelli che sono gli aspetti che un buon sistema di riproduzione ad Alta Fedeltà dovrebbe essere in grado di riprodurre senza alcun problema, soprattutto l’immanenza della parte bassa dello spettro sonoro, in qualche caso eccessivamente leggera.

D’accordo che personalmente sono sempre stato attratto dalla prima ottava dello spettro sonoro, ma è pur vero che la cosa ha un senso logico a pensarci bene: il basso sorregge l’intera impalcatura sonora, dà respiro all’ambiente favorendo la percezione delle sue dimensioni – se non ci credete provate ad attenuarlo e noterete la perfetta sincronia con il collasso del palcoscenico virtuale, maggiormente con la musica classica – riempie lo spazio sonoro conferendo concretezza ai suoni, anche a quelli più acuti.
Diffusori dal basso ben sostenuto riescono a creare meglio l’illusione dell’evento dal vivo, favoriscono l’ascolto a basso livello rendendolo più pieno e corposo stante le caratteristiche dell’orecchio umano – per natura più sensibile a determinate frequenze in base al loro livello – qualcosa di naturale ed inaggirabile con cui occorre fare i conti sempre e comunque.
Ebbene quindi, quando vi raccontano che meglio poche basse perché sporcano il suono – sebbene un evidente eccesso sia chiaramente deleterio – prima di aderire pedissequamente al concetto espresso ripensate per un momento a “come suonava” quel contrabbasso che avete sentito in una certa occasione, oppure a quel basso elettrico che col suo ritmico pulsare fungeva da propellente al brano proposto in quel momento, magicamente il vostro giudizio si modificherà, rendendo manifesta l’inconsistenza che si nasconde dietro certe (sciocche) affermazioni.
Ovviamente sempre cum grano salis, poiché le generalizzazioni e le esagerazioni sono sempre deleterie.
Come al solito, ottimi ascolti!!!
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