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Con l’utilizzo dello smartphone abbiamo venduto la nostra privacy

privacy venduta, immagine di testa

Navigatori satellitari, email, videochiamate, videosorveglianza, musica in streaming… tutto gratis, anche la nostra privacy

Le recenti vicende dell’operatore Ho-Mobile e, in ultimo, Whatsapp hanno scoperchiato il vaso di Pandora della privacy puntando i riflettori su aspetti visibili e meno dei grandi operatori del web.

Alla luce delle smentite ufficiali, i nostri dati sarebbero al sicuro e non venduti a terzi. Perché mai, allora, Whatsapp ha sentito la necessità di pubblicare un avviso di cambiamento delle norme sulla privacy con tanto di rinvio al 15 Maggio 2021,dopo l’ intervento in via d’urgenza da parte del Garante della Privacy?

Molta gente si preoccupa adesso della presenza delle informazioni personali in rete, ma tra phishing, stalkerware, ingegneria sociale, banking trojan e altri termini di difficile comprensione, siamo sicuri di essere preparati a saperci difendere?

Se, come ci assicurano, i nostri dati non fossero già in giro per la rete, non dovremmo nemmeno ricevere le tantissime telefonate da parte di venditori “guardiani delle nostre bollette”, servizi di trading online, email aggressive piene di “spazzatura” e tutto quello con cui dobbiamo confrontarci ogni giorno.

Dal momento in cui usiamo un navigatore sul cellulare, diversi indirizzi email e altri servizi “tutti incredibilmente gratuiti”, di fatto regaliamo a “società terze” elenchi completi, non tutti in forma anonima, delle nostre abitudini, dei nostri spostamenti quotidiani, telefonate e interazioni sociali. Che altro?

Sappiamo che le tecniche di data mining sono usate per correlare più variabili relativamente ai singoli individui. Per esempio, conoscendo gli spostamenti tipici di una persona, è possibile prevedere quale sarà il suo prossimo spostamento. Come sfruttare questa informazione dipende da chi ha effettuato la predizione e da quali scopi abbia in mente. Lo stesso esempio si potrebbe estendere alle abitudini di acquisto.

Vi è mai capitato di cercare informazioni su una lavatrice e poi, ricevere banner pubblicitari di lavatrici su qualunque sito andiate per giorni interi?

Ci siamo mai soffermati a pensare a quanti e quali siano effettivamente i rischi derivanti dall’utilizzo improprio o, peggio, delinquenziale delle informazioni presenti nei nostri smartphone?

I dati di uno smartphone non sono solo i contatti o le pagine dell’agenda ma comprendono anche foto personali e note con codici importanti. Se decidessimo di conservare negli appunti i riferimenti del bancomat o le credenziali di accesso alle piattaforme social come Instagram, Facebook o altri, oppure ancora le password di accesso ai negozi online quali Amazon, iTunes, Apple Store o Google Play, i dati assumerebbero una connotazione molto più personale e pericolosa.

Immaginiamo, solo per un istante, di avere perso il nostro telefono e che sia capitato nelle mani di un malintenzionato, magari senza nessun codice di sblocco perché abbiamo sempre detto “poi lo imposto”. Ci state pensando?

Appropriazione della mia identità in tutti i social, possibilità di scrivere qualsiasi tipo di messaggio compromettente, diffamatorio, minatorio o estorsivo a nome e per conto mio, tanto per cominciare.

“Ma non avevo già collegato la mia carta di credito per gli acquisti online?

E i miei codici bancari? Mi pare che ho fatto una foto oppure li ho scritti negli appunti? E quelle foto particolari che mi sono scambiato con la fidanzata? Aspetta, ci sono anche le foto dei miei nipotini sul cellulare…”

Esattamente.

Per fortuna il cellulare non l’ho perso ed è qui nella mia tasca, collegato 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, con i server di Google, Apple, Huawei, Whatasapp, Facebook, Amazon e tutti gli colossi ai quali, per fortuna, non invia i miei dati sensibili, ma solo quelli utili alla fruizione dei loro servizi gratuiti. Del resto, perché mai condividerli con altre aziende?

Con l’utilizzo dello smartphone abbiamo venduto la nostra privacy

Le curiose norme sulla privacy di un programma fitness (esempio: contapassi)

Da ultimo una chicca appena letta nelle norme della privacy del mio cellulare, un vecchio Honor 8, che potrebbe inviare, a terze parti, informazioni sulla percentuale del mio grasso viscerale e, persino, sulla mia salute riproduttiva.

Però è gratis! Del resto, “se non lo paghi, il prodotto sei tu”.

Fateci sapere cosa ne pensate, poiché prossimamente pubblicheremo qualche consiglio utile a difendersi, per quanto possibile, dalle principali trappole del web.

Stay tuned.

 

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