La Classe A pura come l’abbiamo sempre conosciuta non scomparirà del tutto, ma è ormai evidente che il suo futuro sarà sempre più smart, ibrido e votato all’efficienza
Viviamo in un’epoca ingegneristica dominata dalla miniaturizzazione e dall’ottimizzazione energetica e, nel panorama più specifico dell’alta fedeltà, i moduli in Classe D governano il mercato grazie a un’efficienza elevatissima e a temperature di esercizio che sfiorano a malapena il tepore ambientale.
Eppure, osservando le presentazioni degli amplificatori top di gamma nelle principali fiere Hi-Fi internazionali (non ultima AXPONA 2026), emerge una controtendenza affascinante e apparentemente irrazionale. I produttori di fascia hi-end continuano a investire nella topologia di amplificazione più antica, calda e dispendiosa mai concepita (l’amata/odiata Classe A), dimostrando chiaramente come l’efficienza elettrica abbia smesso di essere l’unico metro di giudizio per chi progetta dispositivi senza alcun compromesso commerciale.
C’è un però. Anche per le odierne architetture in Classe A (termine che a livello di marketing continua a suscitare fermento tra gli appassionati), ci sono infatti evoluzioni e tecnologie che sempre più spesso puntano a ridurre il più possibile calore e consumo energetico. I produttori hi-end non stanno insomma abbandonando questa topologia di amplificazione, ma stanno cercando di renderla più al passo con i tempi, ricorrendo a soluzioni ibride e “smart” che fino a 10-15 anni fa erano impensabili.
La fisica immutabile della conduzione continua
Per comprendere l’importanza di questo fenomeno, dobbiamo necessariamente fare un passo indietro e analizzare l’evoluzione dei circuiti di potenza. Agli albori della riproduzione sonora, le valvole dominavano incontrastati, offrendo una timbrica suadente a fronte di un’estrema fragilità e di una dispersione termica imponente.

L’avvento dei transistor a stato solido prometteva di risolvere questi limiti fisici e i primissimi progetti adottarono quasi universalmente la configurazione in Classe A. Il principio fondante di questo schema elettrico impone che i dispositivi di uscita conducano corrente ininterrottamente, coprendo l’intero ciclo di 360 gradi dell’onda sonora.
Il vantaggio acustico è indiscutibile, visto che il segnale non viene mai interrotto o “passato” tra transistor diversi eliminando alla radice la famigerata distorsione di incrocio, un difetto caratteristico degli amplificatori audio configurati in Classe B o AB che si manifesta nel momento esatto in cui il segnale elettrico passa da valori positivi a valori negativi, attraversando lo “zero”. Il dazio da pagare alla fisica di un circuito in Classe A è però un rendimento termodinamico che si attesta raramente sopra il 30%, costringendo l’enorme frazione di energia rimanente a dissiparsi nell’ambiente sotto forma di calore rovente.
La declinazione europea della linearità assoluta
L’industria di massa (non quella di nicchia) ha abbandonato questa via decenni fa, rifugiandosi nella più gestibile Classe AB o nelle moderne commutazioni ad alta frequenza della Classe D, eppure il mercato ultra-high-end non ha smesso di esplorare i limiti del calore estremo. I mastodontici finali monofonici Apex della danese Gryphon Audio Designs continuano a rappresentare il limite estremo di ciò che lo stato solido può esprimere in termini di pilotaggio, nonostante siano sul mercato da quasi quattro anni.
La svizzera Boulder ha risposto nel 2024 lanciando il 1151, un finale mono che riesce a mantenere correnti spaventose grazie a uno stadio di uscita densamente popolato da componenti discreti. Ognuno di questi modelli si posiziona al vertice assoluto dei rispettivi cataloghi, ignorando i compromessi di costo per inseguire prestazioni assolute.

C’è però chi, pur non rinunciando alla Classe A pura, la reinterpreta in modo più moderno. L’esempio più eclatante di questa ostinazione ingegneristica si è manifestato nei giorni scorsi proprio ad AXPONA 2026. Per celebrare il proprio centenario, lo storico produttore giapponese Luxman ha tolto i veli al B-100 CENTENNIAL (immagine di apertura), atteso sul mercato a giugno al corrispettivo di circa 15.000 euro. Un finale monofonico che sfoggia un peso prossimo ai 60 Kg e richiede una fornitura elettrica degna di un piccolo elettrodomestico industriale durante i picchi di erogazione (440W).
Gli ingegneri nipponici (e qui torniamo al discorso dell’evoluzione fatto poco sopra) hanno però optato per una soluzione ibrida di altissima caratura tecnica per gestire le dinamiche più complesse. L’amplificatore eroga un totale di 125 watt, mantenendo rigorosamente i primi 25 in pura conduzione continua (quindi in Classe A), per poi affidare le richieste di potenza superiore a una sofisticata architettura proprietaria.
Ogni tentativo di manipolare il segnale in questo dominio richiede comunque un’infrastruttura elettrica di supporto sviluppata con criteri quasi militari. Analizzando il layout interno del Luxman B-100 CENTENNIAL, si nota ad esempio una complessa topologia di alimentazione frazionata in tre stadi indipendenti. Un imponente banco di condensatori funge da vera e propria diga energetica, pronta a rilasciare correnti istantanee per assecondare i transienti più violenti di un’orchestra sinfonica.
Parallelamente, un binario ad alta tensione rigorosamente stabilizzato viene dedicato in via esclusiva al delicatissimo stadio di ingresso, mentre i circuiti di servocontrollo beneficiano di linee di alimentazione separate a bassissimo rumore. Questa complessità costruttiva estrema fa lievitare i costi di produzione a livelli insostenibili per la grande distribuzione. Le macchine risultanti diventano così opere d’arte ingegneristica destinate a una nicchia di puristi che valuta l’ingombro, il peso e il calore come segni tangibili di un’eccellenza senza compromessi.

Il trionfo della microdinamica sui banchi di misura
L’ostinazione verso la bassa efficienza, seppur resa più “mite” da soluzioni come quella di Luxman, trova la sua massima giustificazione quando si analizza il comportamento del segnale ai bassissimi livelli. A differenza degli stadi di uscita commutati, che introducono inevitabili artefatti nel punto esatto in cui i transistor si alternano, il flusso continuo di corrente tipico della Classe A preserva intatta l’integrità del messaggio musicale originale.
Questa assenza di commutazione si traduce in misurazioni di distorsione armonica totale che i migliori progetti in Classe A spingono abbondantemente al di sotto dello 0,01%, un valore che già di per sé sfida i limiti della strumentazione da laboratorio convenzionale. Il risultato sonoro è quello che molti descrivono regolarmente come disarmante per naturalezza e ariosità, con un’assenza di fatica d’ascolto che ricorda molto da vicino il comportamento dei migliori triodi a riscaldamento diretto, garantendo però un controllo ferreo sulle basse frequenze che le valvole non potrebbero mai eguagliare.
Ingegneria intelligente applicata a correnti estreme
L’attuale generazione di progettisti hi-end rifiuta però di subire passivamente le limitazioni termiche del passato, applicando il rigore dell’ingegneria moderna per addomesticare l’assorbimento selvaggio della Classe A. Lo sviluppo si concentra sulla gestione intelligente della polarizzazione, cercando di preservare l’integrità del segnale pur ottimizzando le temperature dei dissipatori.
Persino Gryphon ha implementato nel suo Apex (un finale da 2 quintali che arriva a consumare fino a 1 Kw) un sistema di biasing dinamico capace di modulare l’assorbimento a riposo senza introdurre il minimo artefatto udibile. Su questa stessa filosofia si muove il Soulution 331, un amplificatore integrato da 30.000 euro che non adotta la conduzione continua cieca della Classe A classica, ma sfrutta un sofisticato sistema di polarizzazione variabile in tempo reale capace di mantenere lo stadio di uscita in condizione di quasi-linearità perfetta per tutta la gamma dinamica utile.

Il risultato strumentale è un THD inferiore allo 0,0005%, un valore che dimostra come la ricerca del bias intelligente possa replicare la trasparenza assoluta della Classe A senza soccombere alla sua voracità termica. Boulder ha percorso una strada analoga sviluppando il circuito Smart Current per il suo 1151, un’infrastruttura logica che monitora i massicci stadi di uscita per garantire una stabilità granitica anche di fronte a diffusori dal modulo di impedenza proibitivo.
Il futuro della Classe A
Tirando le somme, alcuni progettisti moderni stanno sviluppando “tecnologie intelligenti” che permettono di avere i benefici sonori della Classe A pura usando però software e sensori avanzati per gestire la corrente in modo più furbo, limitando gli sprechi quando non c’è musica da suonare ma mantenendo circuitazioni e alimentatori imponenti per i picchi dinamici.
Ciò non significa che la Classe A come l’abbiamo sempre conosciuta è destinata a sparire, ma se anche un brand tradizionalista come Luxman adotta una sorta di compromesso (Classe fino a 25W per poi “scivolare” naturalmente in Classe AB), è facile ipotizzare che resterà lo standard assoluto per le preamplificazioni, gli stadi fono e gli amplificatori per cuffie, dove le correnti in gioco sono talmente infinitesimali da rendere irrilevante la dissipazione termica.
Per quanto riguarda invece i finali di potenza, la Classe A più pura sopravviverà probabilmente solo in nicchie esoteriche dedicate a diffusori ad altissima efficienza sotto forma di macchine costosissime capaci di erogare al massimo 10 o 15 watt, lasciando l’evoluzione “smart” a dominare il mercato dei grandi sistemi ad alta dinamica.
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