Un upsampling audio ben eseguito può trasformare un CD in qualcosa di estremamente piacevole e fluido, ma non potrà mai trasformare una registrazione scadente in un capolavoro audiofilo
Viviamo una transizione di mercato in cui, tra le tante fissazioni audiofile, c’è anche la convinzione che trasformare un file Redbook standard a 16-bit/44.1kHz in un flusso audio DSD 512 o PCM a 32-bit/768 kHz possa miracolosamente restituire dettagli andati perduti durante la registrazione o, peggio ancora, aggiungere informazioni musicali che semplicemente non esistono nel supporto originale.
Stiamo ovviamente parlando di upsampling, un processo sempre più sbandierato nelle specifiche tecniche di ormai qualsiasi DAC di fronte al quale però bisogna essere estremamente chiari: l’upsampling non aggiunge alcuna nuova informazione musicale. Un file in formato CD standard è un pacchetto di dati matematicamente completo per quanto riguarda la risposta in frequenza fino a 22 kHz e possiede una gamma dinamica teorica di 96 dB.
Nessun algoritmo di conversione, per quanto sofisticato o computazionalmente oneroso, possiede la capacità di restaurare bit persi, recuperare contenuti ultrasonici che non sono mai stati catturati dai microfoni in studio o incrementare la risoluzione nativa del file di partenza. Se l’utente percepisce una differenza nel momento in cui decide di sovracampionare la propria libreria musicale, tale variazione non deriva da un arricchimento del messaggio sonoro originale, bensì da una complessa interazione tra i processi di filtraggio e il comportamento fisico dei componenti interni al convertitore digitale-analogico (il DAC).

La questione centrale risiede nel modo in cui i DAC e i loro stadi analogici reagiscono ai diversi flussi di dati, poiché i benefici reali dell’upsampling derivano quasi esclusivamente dalla gestione dei filtri di ricostruzione e non dal formato in sé. Quando ci troviamo di fronte a un segnale PCM a 44,1 kHz, la teoria di Nyquist ci impone di applicare un filtro di ricostruzione estremamente ripido, una sorta di “muro di mattoni” che deve intervenire appena sopra i 22 kHz per eliminare le immagini speculari del segnale ed evitare fenomeni di aliasing.
Questi filtri così drastici portano con sé effetti collaterali indesiderati nel dominio del tempo, come pre-ringing, distorsioni di fase e una generale perdita di precisione temporale che spesso viene descritta come una sfocatura dell’immagine sonora. Nel momento in cui decidiamo di effettuare un upsampling a frequenze superiori, come 176,4 kHz o 192 kHz, spostiamo drasticamente la banda di transizione del filtro lontano dalla zona udibile.
Ciò permette l’utilizzo di filtri molto più dolci e progressivi, capaci di ridurre o rimodellare gli artefatti di oscillazione. Soggettivamente, questo si traduce in una gamma alta più fluida, priva di quelle asprezze metalliche talvolta associate al digitale, con un miglioramento percepibile nei dettagli spaziali e una riduzione della fatica d’ascolto.
Il comportamento del convertitore dipende in modo critico dalla sua architettura interna, sia essa basata su chip Delta-Sigma o su scale di resistenze R2R. Molti chip moderni e diverse strutture a scala lavorano in modo ottimale solo a specifiche frequenze di clock interne e somministrare loro un segnale già sovracampionato può alleggerire il carico di lavoro del DSP interno.

Esistono convertitori R2R che traggono un enorme vantaggio dall’upsampling esterno, poiché questo permette di bypassare i processi di elaborazione digitale interna, spesso meno raffinati di quelli che potremmo far girare su un computer potente dedicato alla riproduzione musicale. In questi scenari specifici, l’upsampling riduce lo stress dei processi interni del DAC, sposta i rumori di quantizzazione verso frequenze molto più elevate e ottimizza il comportamento dello stadio di uscita analogico. Si mette insomma l’hardware nelle condizioni migliori per lavorare, evitando che debba arrancare con calcoli complessi in tempo reale che potrebbero sporcare il risultato finale.
Un capitolo a parte merita la conversione del PCM verso il formato DSD, una pratica che genera spesso accese discussioni tra i puristi. Trasformare un segnale 16/44,1 in DSD 64 non significa ottenere un suono ad alta risoluzione, ma semplicemente cambiare radicalmente la modalità di presentazione del segnale. Attraverso il noise shaping, il rumore di quantizzazione viene spinto ben oltre la banda udibile, eliminando la necessità di filtri a muro nel range di frequenze che l’orecchio umano può percepire.
Molti appassionati riportano che questa transizione porti a una gamma media molto più liquida, con transienti leggermente più morbidi e un palcoscenico sonoro più ampio e rilassato. Non bisogna però dimenticare i compromessi tecnici che questa scelta comporta, come un incremento massiccio del rumore ultrasonico che richiede uno stadio analogico di filtraggio passa-basso di altissima qualità per non saturare o mandare in crisi gli stadi successivi dell’amplificazione.
Se il DAC non possiede uno stadio di uscita implementato a regola d’arte, il risultato di un upsampling verso DSD può apparire spento, privo di dinamica o eccessivamente diffuso, confermando che il formato non è mai una garanzia assoluta di superiorità. Per chi desidera sperimentare con questi parametri, la scelta del moltiplicatore di frequenza non dovrebbe mai essere lasciata al caso. Esiste infatti una regola aurea che suggerisce di utilizzare sempre multipli interi della frequenza di campionamento originale per mantenere l’integrità del segnale. Se quindi il punto di partenza è un file a 44,1 kHz, come quello di un normale CD, ha molto più senso puntare a 176,4 kHz (4x) piuttosto che a 192 kHz.

Mantenere un rapporto numerico pulito evita errori di arrotondamento e ulteriori complicazioni matematiche che potrebbero inficiare i piccoli benefici che stiamo cercando di ottenere attraverso il sovracampionamento. Molti DAC offrono oggi la possibilità di scegliere tra diversi filtri o di bypassare completamente il convertitore di frequenza interno ed è proprio in questi casi che l’upsampling esterno mostra i suoi vantaggi più evidenti.
Se invece possediamo un dispositivo che esegue un reclocking aggressivo o un reprocessing totale di ogni segnale in ingresso a prescindere dalla sua natura, ogni tentativo di upsampling esterno diventerà superfluo, poiché il chip interno finirà per ignorare i nostri sforzi applicando i propri algoritmi standard.
Un altro limite invalicabile è rappresentato dalla qualità intrinseca dello stadio analogico di uscita del nostro DAC. Se quest’ultimo è di scarsa qualità o tende a mascherare le piccole differenze temporali a causa di una componentistica mediocre, i vantaggi di un filtraggio digitale più dolce collasseranno inevitabilmente in un semplice e quasi impercettibile spostamento tonale.
L’upsampling richiede un sistema dotato di una grande risoluzione nel dominio del tempo per essere apprezzato appieno; senza questa precisione fisica, ogni manipolazione digitale dei dati rimane un esercizio puramente teorico che non si traduce in un’esperienza d’ascolto superiore. Dobbiamo inoltre considerare la qualità degli algoritmi di upsampling stessi, poiché non tutti i software sono creati uguali e una manipolazione mediocre del segnale può portare a risultati peggiori rispetto alla riproduzione bit-perfect del file originale.

Nelle architetture a scala, o R2R, la questione diventa ancora più affascinante poiché questi dispositivi spesso non gestiscono nativamente il DSD, o lo fanno attraverso convertitori separati a un bit o convertendo il flusso DSD nuovamente in PCM prima di passarlo alla scala di resistenze. In questi casi, forzare un upsampling verso DSD potrebbe essere addirittura controproducente, allungando inutilmente la catena di elaborazione del segnale senza alcun beneficio reale.
Al contrario, alimentare un DAC R2R con un segnale PCM ad alta frequenza, come un quadruplo del valore base Redbook, può rappresentare il punto di equilibrio perfetto per massimizzare la resa della macchina senza introdurre artefatti derivanti da DSP interni pesanti. Man mano che ci si sposta verso frequenze di campionamento esoteriche, come il PCM a 384 kHz o il DSD 128 e oltre, si entra rapidamente in una zona di rendimenti decrescenti dove la complessità computazionale e i rischi di interferenze elettromagnetiche superano di gran lunga i minimi guadagni sonori ottenibili.
In definitiva, l’obiettivo di ogni operazione di upsampling non è quello di creare una falsa alta risoluzione, ma di rendere la riproduzione del formato digitale standard meno “digitale” possibile. Ridurre gli artefatti dei filtri, migliorare il comportamento nel dominio del tempo e affinare la resa spaziale sono però traguardi raggiungibili solo attraverso una progettazione di sistema coerente, dove il software di upsampling e l’hardware del DAC lavorano in perfetta sinergia.

È anche un gioco di sottigliezze, di sfumature tonali e di rifiniture che richiede orecchie allenate e impianti capaci di una trasparenza assoluta. L’upsampling ben eseguito può quindi trasformare un CD in qualcosa di estremamente piacevole e fluido, ma non potrà mai trasformare una registrazione scadente in un capolavoro audiofilo, né potrà mai inventare ciò che non è stato catturato durante la sessione di registrazione originale.
Dopotutto, la tecnologia deve restare al servizio della musica (non il contrario) e comprendere i limiti fisici e matematici di questi strumenti è il primo passo per smettere di inseguire i numeri e tornare a concentrarsi sull’emozione sonora.
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