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Oltre la stereofonia: l’olografia sonora

L’aspetto spaziale insito nella stereofonia è un concetto ancora non perfettamente indagato, questo a dispetto del fatto che la sua invenzione risalga al 1931 e siano stati fatti molti passi avanti per migliorare le cose: a che punto siamo?

Fin dal suo avvento ad opera di Alan Dower Blumlein – troppo presto passato a miglior vita purtroppo – e malgrado l’indubbio interesse suscitato, la stereofonia ha mostrato qualche limite, tale da essere considerato anche dal suo inventore, che si diede da fare per rimediare alla massima criticità mostrata dalla “sua” invenzione, rappresentata dal fatto che l’immagine sonora non riesca a superare i confini esterni dei diffusori.

Il suddetto limite pare sia dovuto alla Diafonia Interaurale (in inglese crosstalk) – vale a dire la mutua influenza di un diffusore nei confronti dell’altro – dovuta al maggiore percorso che il segnale deve compiere per raggiungere l’orecchio opposto a quello più vicino al relativo diffusore.


A tale proposito rammentiamo che ciò accade esclusivamente con un sistema di diffusione stereofonica, essendo in natura solo 2 gli stimoli che raggiungono le orecchie, mentre nel caso descritto ne abbiamo 4, circostanza che obbliga il cervello a trattare qualcosa di inatteso generando un’immagine meno a fuoco.

La soluzione sarebbe eliminare i due segnali supplementari ed indesiderati, attività di ricerca che alcuni costruttori hanno portato avanti con altalenante successo, legato più che altro ad una considerazione che ha in parte limitato l’interesse degli appassionati nei confronti di questi sistemi: la convinzione che si tratti di un trucco che prima o poi lascia il tempo che trova.

Personalmente non siamo affatto d’accordo, anche per il fatto che lo stesso concetto di Alta Fedeltà richiede un determinato atteggiamento al fine di ottenere risultati degni di nota all’ascolto, impegno che prevede molti aspetti che collaborando tra loro tentano di rappresentare l’evento reale, se dovessimo quindi ragionare in tale modo sarebbe possibile affermare che l’Hi-Fi stessa sia un trucco, e per certi versi non saremmo troppo lontano dal vero.

Pertanto, bene hanno fatto Bob CARVER e Matthew POLK – tanto per citare due tra i massimi esponenti che hanno tentato di risolvere tale criticità – nel darsi da fare al fine di annullare per quanto possibile questo problema: per via elettronica il primo ed acustica il secondo, due metodi diversi di approcciare il medesimo problema.

I due sistemi, pur basati su un differente approccio, in linea di principio mirano entrambi ad aggirare il problema attraverso la cancellazione dei due anzidetti segnali onde ripristinare le naturali condizioni di ascolto.

Molti appassionati di vecchia data ricorderanno senza dubbio il Sonic Hologram Generator, dispositivo che negli anni ’80 si fece notare a causa delle sue prestazioni, effettivamente in grado di proporre un ascolto parecchio diverso a seguito del processamento del segnale che lo attraversava.

Tramite tre pulsanti disposti sul frontale dell’apparecchio, era possibile gestirne l’operatività inserendo o meno il circuito, scegliendo quanto ampio dovesse essere il fronte sonoro (Narrow – Wide) ed operando con due diverse modalità definite Theoretical e Normal.

L’effetto era abbastanza valido, consistendo nell’aggiunta a quello originale del segnale trattato – ovvero attenuato di livello, ritardato ed invertito di fase – e sebbene la sensazione percepita non fosse necessariamente piacevole con qualsiasi registrazione (detto tra noi in certi casi l’effetto era invero bizzarro), potendo essere escluso mediante la funzione di bypass si poteva tranquillamente fare a meno del suo intervento.

Incluso nei preamplificatori CARVER C-4000 e CARVER C-1 fu reso disponibile anche come accessorio standalone (denominato CARVER C9) inseribile tra preamplificatore e finale oppure nel loop di registrazione – il che permetteva di registrare un programma per poi ascoltare l’effetto su sistemi privi del citato dispositivo – ed ebbe una certa fortuna, almeno fino a quando non iniziò ad essere considerato dai puristi un dispositivo destinato ai creduloni maggiormente evoluti, in altre parole un aggeggio buono per giocherellare con lo stereo ma indegno di un serio appassionato.

Avendo vissuto in pieno quell’epoca ne fui attratto anche io ed onestamente ne conservo un discreto ricordo – sebbene effettivamente con alcune registrazioni si avvertisse un che di artificioso – effetto dovuto probabilmente a qualche ignoto ed imprevedibile contrasto interno, intendendo con ciò una qualche forma di interazione negativa a livello di segnale impossibile da tenere sotto controllo.

L’eccellente lavoro di Bonnie RAITT che vedete sotto, ad esempio, è stato mixato e masterizzato dal mitico Bob LUDWIG proprio con l’ausilio dello SPATIALIZER 3D AUDIO più avanti citato e poiché lo possiedo, il CD non il dispositivo, posso assicurare che l’effetto è alquanto evidente ma assolutamente non fasullo; il contributo spaziale è molto verosimile e se non avessi letto le note tecniche riportate nella copertina non lo avrei mai saputo, circostanza che evidenzia la piacevolezza del suono.

Nello stesso periodo giunsero sul mercato altri simili dispositivi come l’OMNISONIC 801 SPACE IMAGER e il già nominato SPATIALIZER 3D AUDIO – versione professionale di cui fu in seguito commercializzato un modello semplificato per il mercato consumer – sistemi che promettevano miglioramenti notevoli correlati ai recenti e più evoluti studi in materia; il primo dispositivo era del tipo IN-OUT, semplicissimo e dall’effetto simile al CARVER, il secondo invece permetteva di regolare l’effetto come desiderato, situazione questa che a mio modesto avviso lasciava fin troppo margine all’utilizzatore sconfinando nel possibile eccesso laddove l’intervento fosse pesante e quindi innaturale.

Dimenticati nel tempo, la più recente iterazione di questo tipo di circuitazione la proponeva la britannica IFI Audio con il circuito denominato 3D Holographic Plus –  inserito nel buffer iTUBE2 circa il quale qui potete leggere il test da noi effettuato all’epoca – totalmente operante nel dominio analogico e che a detta dell’azienda deriva dagli studi di Blumlein, sebbene non più di tanto sia narrato in merito.

Funziona molto bene in effetti, ed essendo di ultima generazione non si avverte la presenza di artefatti correlati al trattamento del segnale audio.

Diverso, come già scritto, l’approccio della statunitense POLK AUDIO e del suo sistema brevettato SDA – di recente tornato alla ribalta nella versione SDA-PRO implementata nel modello L-800 (listino 7.500 euro) che potete ammirare nella sovrastante immagine ed appartenente alla serie LEGEND – che affronta il problema in maniera passiva, ovvero tramite l’utilizzo di una coppia driver supplementari che si occupano di cancellare la diafonia mediante un segnale invertito di fase.

Probabilmente, è proprio l’approccio passivo a risultare vincente, non essendo assolutamente avvertibile alcuna sensazione di suono artificioso, anzi, la riproduzione è molto naturale con un concreto e piacevole allargamento della scena sonora, ben oltre i confini fisici dei diffusori; d’altra parte la stessa azienda afferma che il segnale registrato contiene già tutte le informazioni spaziali di cui ha bisogno il sistema al fine di aggirare l’ostacolo, per cui non vi è nulla di aggiunto o sintetizzato che in qualche modo alteri la prestazione in maniera astrusa.

Diffusori POLK AUDIO SDA1C: i due mid-woofer più esterni si occupano di cancellare la diafonia interaurale (1987)

 

Concludendo, anche se questi sistemi possono apparire inutili e/o superflui – sempre che siano seriamente concepiti e realizzati – possono effettivamente contribuire ad un maggiore realismo di quell’illusione chiamata Alta Fedeltà, pertanto, prima di giudicarli negativamente, ove possibile, vale la pena dedicargli un ascolto senza pregiudizio.

Come al solito, ottimi ascolti!!!

 

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