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Back to the past: il caloroso suono delle valvole

Circa a metà degli anni ’90, le valvole hanno lentamente iniziato un percorso che le ha portate a ricavarsi lo spazio che a causa della tecnologia a stato solido gli era stato sottratto. Fino a qualche tempo prima, infatti, rappresentavano l’unico dispositivo di amplificazione cui rivolgersi prima dell’avvento del transistor, un componente che sebbene innovativo non sempre si è rivelato all’altezza del compito assegnatogli, motivo per il quale il caro vecchio tubo a vuoto è stato ben presto rimpianto.

Tutto ha avuto inizio con l’inserimento delle valvole negli stadi d’uscita dei lettori digitali, sovente accusati di essere il collo di bottiglia della riproduzione a causa dell’utilizzo di op-amp (meglio noti come operazionali) sistemi integrati le cui prestazioni non erano esattamente elevatissime.

Questo è il motivo per il quale MARANTZ ha preferito ricorrere a componenti discreti che facessero la medesima funzione ma in modo nettamente migliore brevettando il conosciuto circuito HDAM (Hyper Dynamic Amplifier Modules).

Lo stadio d’uscita del lettore digitale LINE MAGNETIC LM-215-CD (12AU7)

 

Ragione per cui, lettori CD e DAC sono stati i primi ad essere dotati di stadi d’uscita a valvole al fine di conferire maggior calore a quella che si riteneva essere un’algida riproduzione del segnale da parte del digitale.


Hanno fatto seguito amplificatori, preamplificatori e finali di potenza, dispositivi dove la “calorosa” tecnologia a valvole ha trovato sempre più spazio.

Il corposo interno del preamplificatore XINDAK XA-3200 MkII, ottimo esempio di elevato rapporto Q/P

 

Si sono quindi affacciati sul mercato esemplari che ad un costo assai meno proibitivo del passato, tentavano di far godere della tecnologia a vuoto ad una più ampia fetta di appassionati.

Addirittura, onde conferire il caratteristico connotato di calore dei dispositivi a vuoto alla riproduzione, in quegli anni uscirono sul mercato dei buffer – famosissimo il “cilindro” a marchio MUSICAL FIDELITY X-10-D – da interporre tra sorgente ed amplificazione.

Per correttezza va detto che non sempre il risultato era di livello, anzi, nel cercare di contenere i costi di qualcosa che non può essere più di tanto economico qualche scivolone è stato fatto, motivo che ha condotto molti appassionati a diffidare delle valvole a basso costo.

Tra l’altro, la realizzazione di un preamplificatore a tubi richiede un esborso economico minore rispetto ad uno stadio di potenza – laddove sono necessariamente coinvolti i trasformatori d’uscita – dispositivi che hanno un notevolissimo influsso nei confronti delle prestazioni, motivo per il quale non possono essere realizzati a casaccio, anzi.

Si potrebbe tentare la strada delle circuitazioni OTL (acronimo di Output Transformer Less) notoriamente prive dei trasformatori, ma talmente elevato sarebbe il numero di dispositivi di amplificazione da utilizzare al fine di abbassare la resistenza in uscita che i costi salirebbero alle stelle.

Sia come sia, di tempo ne è passato parecchio ed oggi, a quasi trent’anni da questo lento ritorno, possiamo parlare di stabile presenza, tanto che alcuni costruttori ne hanno fatto quasi un emblema: l’azienda tedesca VINCENT ad esempio è stata tra le prime a realizzare amplificazioni ibride, tecnologia successivamente abbracciata anche da aziende come ADVANCE PARIS oppure MAGNAT, in ogni caso sono parecchi i produttori che hanno scelto di “contaminare” i propri dispositivi inserendo in qualche area della circuitazione una o più valvole.

ma900
Il Magnat MA900: ottimo esempio di amplificatore ibrido di recente generazione

Qui potete leggere il test da noi effettuato relativamente all’amplificatore integrato ibrido MAGNAT MA-900, un bell’esemplare cui riferirsi in merito alla tecnologia descritta.

Ed il motivo è semplice, non si tratta esclusivamente di marketing come malignamente più d’uno ha pensato, ma di connotati caratteristici di questi dispositivi i quali, chimicamente, meccanicamente, elettricamente e fisicamente, presentano determinati parametri che conducono ad uno specifico risultato sonoro.

Come già chiarito in questo interessante articolo – che caldamente consigliamo di leggere – ovviamente un dispositivo di amplificazione da solo non è in grado di suonare, ragione per cui si parla sempre e comunque di circuitazione, un aspetto da non trascurare assolutamente.

In altre parole, scegliere un dispositivo come quello raffigurato nella foto che segue – ove inserito in un mediocre progetto – non sarà sufficiente di per se a garantire prestazioni eccezionali.

La mitica WE 300-B: il triodo in assoluto maggiormente noto dal punto di vista della qualità sonora

 

In ogni caso il tempo trascorso ha portato parecchi benefici, la cui evidenza è rintracciabile grosso modo in costi maggiormente abbordabili (giustamente non troppo bassi) ed accresciute prestazioni, in qualche caso concretamente sorprendenti.

Come al solito, ottimi ascolti!!!


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