Le cose non sono più fatte come una volta, per durare nel tempo, piuttosto per essere velocemente sostituite da un nuovo esemplare: come andrà con l’Hi-Fi ed il Diritto alla riparazione?
A chi non è capitato di recarsi in assistenza e sentirsi dire “…lasci stare, conviene acquistarne uno nuovo…” essendo economicamente sconveniente la riparazione? Suppongo a molti, e la cosa peggiore è che spesso il dispositivo – in virtù della cura che molti applicano nel mantenerlo – in certi casi è letteralmente come nuovo, circostanza che aumenta ulteriormente il (giusto) disappunto dell’utente, altro che diritti!
Personalmente, conservo i miei dispositivi audio in modo che restino concretamente pari al nuovo, semplicemente tenendo lontana la polvere ed evitando per quanto possibile traumi che possano creare danni cosmetici.
Ragione per cui, quando dopo anni di perfetto funzionamento il mio lettore digitale audio/video improvvisamente smise di dare cenni di vita, rivoltomi all’assistenza mi sentii chiedere la folle cifra di ben 240 euro – praticamente il 60% del costo da nuovo, all’epoca di 400 euro di listino!! – per la sostituzione della scheda dell’alimentatore switching che si era guastata; fui costretto a smaltirlo, essendo chiaramente anti economico riparare un oggetto così “vecchio”, almeno secondo la filosofia del costruttore, che detto tra noi non era di certo uno degli ultimi trattandosi di PHILIPS e del suo DVP-9000 Cineos, circa il quale potete leggere qui il test a suo tempo pubblicato su SUONO.

Chiaramente il nuovo non aveva nulla a che fare col precedente, essendo nel frattempo sceso l’interesse per questi dispositivi con conseguente realizzazione tristemente ultra economica, plasticosa, parecchio leggera rispetto all’obeso old player (+/- 6 kg.) e parecchio lontana dal “non riparabile” Philips.
Purtroppo non potevo sostituire la scheda originale con una consumer – essendo le correnti in gioco tarate per lo specifico modello e le dimensioni adatte ovviamente al cabinet del lettore – per cui, sebbene una simile componente sarebbe costata circa 30€, abbordabile senza dubbio, dovetti desistere.
Non nego una notevole rabbia, perché mai dover gettare alle ortiche un oggetto praticamente nuovo per uno sciocco guasto dovuto forse ad un componente da due soldi? Magari un resistore o un condensatore che improvvisamente avevano ceduto?
In ogni caso: sconveniente per chi esattamente?
Quando si costruisce un prodotto, tranne che non si produca in casa il 100% dell’occorrente, sarà necessario attingere da vari fornitori che nel tempo, anche loro hanno interessi personali, potrebbero cessare una data produzione ritenendo a loro volta poco remunerativo investire in tal senso.
A tal punto occorre cambiare fornitore, il che potrebbe comportare costi più elevati o forniture meno qualitative, è uno dei rischi che comunemente si presentano ai produttori.

A parte questo aspetto – se l’idea è quella di fare come McIntosh che tiene in magazzino il kit della viteria del C22 d’epoca e ve la recapita a mezzo corriere in un battibaleno – dovrete investire nel magazzino, onere che si aggiungerà alle varie voci dello stato patrimoniale della vostra azienda.
Ne consegue però, che tenere in casa quel pulsantino che probabilmente mai nessuno richiederà rappresenta un costo, inutile discutere, e se sostituiamo quel pulsantino con il resistore da 10 centesimi responsabile del guasto della PCB dell’alimentatore switching poco prima citato, appare chiaro come tenerlo in casa non abbia praticamente senso; molto meglio (economicamente) sostituire l’intero complesso funzionale.
Non è una novità, infatti, che sovente l’assistenza di un prodotto – a sua volta incoraggiata dal produttore – tenti di sviare il cliente adducendo scuse sulla presunta non riparabilità ovvero impossibilità di reperire il componente di ricambio a costi accettabili.

A questo, talvolta, deve aggiungersi la relativa preparazione dei “tecnici”, oramai assuefatti alla sostituzione diretta piuttosto che alla ricerca del guasto – attività che consente a chiunque di esercitare tale mestiere – quindi non è solo cambiato l’approccio alla riparazione, ma il tecnico di una volta (quello vero, capace) si è trasformato in un impiegato amministrativo che segue pedissequamente il protocollo d’azione indicato; basta leggere le istruzioni agendo in modalità scimmietta.
Ben venga quindi l’iniziativa dell’UE circa il Diritto alla riparazione, se non altro anche per scopi ecologici e di recupero, circostanza che comprova l’utilità di determinati componenti degni, appunto, di essere riciclati, le norme RAEE sono li a dimostrarlo.
Tra l’altro, e possiamo verificarlo quotidianamente tramite le dinamicissime sparate di Messer Donald – The world is mine – Trump, determinate materie prime fanno gola a molti a causa della relativa rintracciabilità in giro per il mondo, guarda casa sovente appannaggio di paesi in via di sviluppo – la Repubblica del Congo è ricchissima di Coltan – oppure considerati “stati canaglia” o nemici degli Stati Uniti, una vera sfortuna!
Per cui riciclare va bene, benissimo aggiungiamo noi, anche perché si spera costringerà i produttori a darsi da fare per innalzare la qualità della produzione evitando costi futuri, sempre dietro l’angolo e praticamente certi laddove non vi siano alternative.
L’unico dubbio, lecito considerando la mentalità affarista e/o furbastra di molti imprenditori, resta in merito alla “fattibilità tecnica” – così come enunciato nel disegno di legge – frase che per dati versi potrebbe essere interpretata in modo sibillino onde aggirare l’ostacolo legale stabilendo, di fatto, un Diritto alla riparazione solo presunto.
Concludendo, pur se l’Alta Fedeltà non è espressamente citata nella normativa, la speranza è che si possa comunque applicarla per sovrapposizione, un po’ come accade con il codice civile in relazione a fatti analoghi solitamente trattati nello stesso modo.
Come al solito, ottimi ascolti!!!
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