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MADE IN CHINA: KNOW-HOW AD ALTRE COSE INTERESSANTI

Quando ero bambino – troppo tempo fa – ricordo che dentro casa girava una radiolina a transistor sulla cui parte posteriore, in bella evidenza, era apposto un piccolo adesivo argenteo di foggia ovale riportante la scritta Made in China, prova evidente che l’oggetto era fabbricato in quella nazione. Molti anni sono trascorsi da allora, un lungo periodo che ha consentito a questo paese di sviluppare in maniera dirompente un enorme know-how relativamente al comparto dell’elettronica di consumo.

 

MADE IN CHINA: qualcosa di assolutamente normale

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, e tutto il sudest asiatico è ampiamente coinvolto nella fabbricazione della pratica totalità di quanto attinente al comparto elettronico è attualmente reperibile sul mercato.

Forse, dico forse, non ci avete fatto caso o mai ci avete pensato, ma anche l’iPhone è fabbricato in oriente, e se così non fosse il suo prezzo – già piuttosto alto – lo sarebbe ancora di più se questo fosse fabbricato altrove.

Parecchi dei marchi più noti dell’elettronica di consumo mondiale, a prescindere da quelli che nascono direttamente in quell’area geografica, hanno da tempo esternalizzato la loro produzione da quelle parti, zone in cui la mano d’opera – e le materie prime, almeno con riferimento a determinate lavorazioni – è notoriamente più a buon mercato.

D’altronde questo non può e non deve stupire più di tanto; chi ha fatto studi di economia conosce benissimo i meccanismi che consentono di massimizzare l’utile aziendale, ed uno dei più gettonati è ovviamente quello di abbassare i costi di produzione, qualcosa che – fatte salve problematiche diverse – inevitabilmente conduce ad un incremento degli utili a fine esercizio.

Discorso diverso assume il controllo della qualità di produzione, in qualche caso gestito in modo alquanto disinvolto, tanto da essere accessorio quando sarebbe invece obbligato.

Ma anche qui occorre fare un distinguo: se marchi del calibro di MUSICAL FIDELITY, KRELL, KEF ed altri notevoli esponenti del mondo dell’alta fedeltà hanno deciso di far assemblare i propri componenti da quelle parti – anche e soprattutto considerando l’elevato standard costruttivo che le contraddistingue – suppongo abbiano fatto la loro scelta in base a precisi requisiti qualitativi offerti dall’azienda che si occupa della produzione. D’altro canto, mi rifiuto di credere che simili aziende decidano consapevolmente di mettersi in mano ad uno sprovveduto qualsiasi.

Questo è il motivo per il quale non ci si deve stracciare le vesti – quanto meno non sempre – allorquando ci si trovi davanti ad un qualsiasi prodotto con sopra riportato Made in China.

MADE IN CHINA: la dinamica della qualità

Se parliamo di imitazioni o cloni di qualche oggetto noto – uno su tutti i famosi orologi normalmente reperibili in Tailandia – non possiamo non pensare a questo paese, da sempre riferimento assoluto circa la fabbricazione (ovvero contraffazione) di qualsiasi prodotto realizzato in copia perfetta.

Ovviamente questo non significa che sia un luogo di perdizione dove tutto è possibile e che la gente sia disonesta nel DNA, solo che la palestra fatta negli anni a causa delle commesse europee, ha inevitabilmente costituito un ottimo allenamento che in tutta evidenza ha condotto ai risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Ragione per cui, tutti coloro che ritengono inevitabilmente scarsi i prodotti provenienti dal sudest asiatico dovrebbero ricredersi, se non altro per un’altra ottima ragione: se così non fosse molti dei prodotti presenti nelle nostre case sarebbero appannaggio esclusivo di soggetti facoltosi, e non solo, è probabile che nemmeno esisterebbero stante i costi legati al loro sviluppo, altissimi e difficilmente sostenibili.

In altre parole il processo evolutivo sarebbe assai meno veloce di quanto accade al momento.

La capacità progettuale autonoma, vale a dire il riuscire a creare qualcosa di originale senza dover necessariamente scopiazzare a destra e a manca i progetti altrui, è un altro aspetto ormai ampiamente assimilato dalle aziende orientali.

Lo stesso può dirsi per le performance espresse da molte delle apparecchiature originariamente provenienti da quelle stesse aree, ove circuiti originali e proprietari sono ormai all’ordine del giorno, ed in qualche caso non hanno assolutamente nulla da invidiare ad altri ritrovati tecnologici prodotti nella vecchia Europa oppure negli Stati Uniti.

L’interno di un amplificatore di produzione orientale: non si può davvero parlare di costruzione economica o approssimativa

 

XINDAK ad esempio è una di queste ottime realtà e scorrendo il catalogo se ne può avere prova, ove lavorazioni meccaniche di precisione, assemblaggio accurato e componentistica elettronica di prim’ordine – spesso europea e giapponese – sono la regola. Tra l’altro non produce solo elettroniche ma anche cavi ed accessori di notevole qualità.

MADE IN CHINA: il ritorno delle valvole e non solo

Proprio grazie a questo paese, che non ha mai smesso la produzione o rallentato lo sviluppo di dispositivi a vuoto – a tal proposito si veda la produzione della nota azienda SHUGUANG – è stato possibile l’avvento quasi prepotente – o meglio il ritorno – delle valvole nei dispositivi di amplificazione.

Una coppia selezionata di 6NS7GT a marchio PSVANE prodotta da SHUGUANG: non certo definibile robetta

 

Chi ha buona memoria, ricorderà senz’altro che parecchi anni fa, qualora si intendesse acquistare un esemplare che facesse uso della citata tecnologia, si era costretti a rivolgersi ai soliti marchi – CONRAD JOHNSON, AUDIO RESEARCH, Mc INTOSH, JADIS ed altri allora e tuttora presenti sul mercato – che per carità, non erano certo privi di prestazioni interessanti ma ahimè, sul fronte dei costi, non erano di certo economici.

Proprio grazie al sudest asiatico, luogo dove i costi di produzione, come già illustrato, sono ampiamente più abbordabili, è stato possibile (re)introdurre sul mercato in modo sempre più massiccio questa tecnologia. Tanto che oggi non è affatto difficile acquistare amplificatori di eccellente fattura e prestazioni senza doversi svenare.

Molti dei marchi europei maggiormente noti nel campo dell’amplificazione valvolare – PRIMALUNA oppure MYSTERE oppure ancora VINCENT AUDIO, a titolo d’esempio – sono riusciti a proporre apparecchi di indiscutibile qualità costruttiva e prestazionale a costi tutto sommato terreni.

Nell’osservare la realizzazione di determinati apparecchi, infatti, si nota l’alto livello delle finiture, la cura dell’assemblaggio, l’accurata scelta della componentistica elettronica utilizzata, dettagli che portano ad una prestazione sonora inevitabilmente accurata, talvolta sorprendente.

Va comunque sottolineato che i prezzi richiesti, ed anche questo è una spia della qualità, non possono e non devono essere eccessivamente bassi, diversamente è chiaro che il concetto stesso di qualità si disperderebbe inevitabilmente.

In ultimo, non va dimenticato che molte delle circuitazioni usate nelle amplificazioni a valvole attingono profondamente dal passato, ragione per cui la capacità progettuale è ampiamente favorita.

MADE IN CHINA: osservazioni finali

Alla luce di quanto affermato fino a questo punto, appare chiaro che come al solito non si deve fare della famosa erba l’usuale fascio onnicomprensivo, anzi, separare il grano dal loglio, come si suole dire, è quanto mai opportuno.

A tal proposito, non lo aveste ancora fatto, vi invito a leggere la prova da noi effettuata dell’amplificatore LINE MAGNETIC LM211ia, notevole esponente di quella genia di apparecchi prodotti in oriente – nella fattispecie in Corea – che vantano caratteristiche sonore e costruttive assolutamente eccellenti.

Affatto secondario poi, il fatto che usualmente queste elettroniche presentino una cifra sonora sintonizzata sui gusti del consumatore europeo, cosa che ovviamente non guasta ed anzi, corrobora ulteriormente il concetto.

Come al solito, ottimi ascolti!!!

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