Entertainment Featured home Musica Notizie

Vino e Musica: Gregory Porter con Liquid Spirit e Cà del Bosco

Ritornano le recensioni di AFdigitale con “vino e musica” e nemmeno a farlo apposta, il titolo di questo disco rimanda in parte all’articolo recentemente pubblicato relativo allo Spirito Audiofilo, saggia unione tra un buon distillato ed un opera musicale.

Gregory Porter, chi era costui? Occorre risalire al 2013 per scovarlo, quando col disco di questa recensione vinse il Grammy 2014 per il migliore album di jazz vocale. Sebbene l’esordio risalga al 2010 – anno in cui uscì il suo primo lavoro intitolato Water – fu in quell’anno che finì sotto l’ala protettrice della Blue Note Records (!) la quale, con la lungimiranza che la contraddistingue da sempre, non si lasciò sfuggire l’occasione di mettere sotto contratto un simile astro nascente.

Gregory Porter, la carriera

In un certo senso la carriera di questo simpatico cantante dall’aria assolutamente bonaria, non fosse per il buffo copricapo che lo accompagna e per il faccione sorridente che davvero comunica allegria al solo vederlo, si è sviluppata piuttosto rapidamente. La sua partecipazione al cast di Ain’t nothing but the blues – musical rappresentato a Broadway fin dal 1996 – lo ha reso noto al grande pubblico che non poteva non accorgersi delle capacità di questo meraviglioso cantante, dotato di un timbro morbido, profondo ed assolutamente intonato e fermo. D’altronde il cast di questo musical è composto da cantanti ben noti per le loro performance in ambito blues, e chiaramente uno come Porter non poteva sottrarsi dall’essere posto a confronto risultando vincente. Ed è proprio a seguito di questa palestra che il nostro ha acquisito l’indubbia sicurezza che lo contraddistingue nelle sue esibizioni, occasione nella quale è accompagnato da un quartetto – che occasionalmente si amplia – di notevole caratura in grado di sostenerlo a perfezione nell’incedere sommesso e rilassante di questo genere.

Gregory Porter
Gregory Porter

Gregory Porter: Liquid Spirit

Ed è proprio il relax che caratterizza questo disco di Gregory Porter, opera nella quale si rintraccia una più che evidente pacatezza di fondo cui contribuiscono i brani scelti dal nostro, assolutamente in grado di mostrare di cosa sia capace stante la fermezza della sua voce – cui un inopportuno tremolio sarebbe in grado di distruggere l’interpretazione – nonché la bellezza dell’interpretazione, sempre misurata, davvero di classe. Tranne Lonesome lover, The in crowd e I fall in love too easily, tutte le composizioni del disco sono originali e denotano una vena compositiva piuttosto poetica, dove i testi sono per la maggior parte dedicati all’amore più profondo, a qualche delusione, alla libertà ed alla natura, riferimenti fin troppo vituperati oggigiorno, soprattutto quest’ultima, sempre più lacerata nel tentativo di essere asservita ai beceri interessi umani, e malgrado le conseguenze di tanto scempio siano sotto gli occhi di tutti, sembra che la cosa non desti più di tanto preoccupazione.

Ed ora veniamo alla qualità sonora di questo bellissimo disco, certamente in grado di esaltare le performance del nostro simpatico crooner Gregory Porter. Chi mi conosce, soprattutto chi ha gentilmente avuto finora la costanza di leggere i miei articoli, avrà certamente compreso come io trovi piuttosto deprimente riscontrare una qualità sonora inadeguata associata ad un ottimo lavoro. Per fortuna tali eventi non sono molto frequenti, ma quando capitano mi provocano una tale delusione che mi porta a mettere da parte il disco dimenticandomene molto rapidamente. Ebbene, mi rendo conto che qualcuno potrebbe ritenere questo comportamento esagerato, ma a ben pensarci – soprattutto poiché chi scrive lo fa per una rivista che parla di audio nella migliore accezione – resto quanto mai convinto che questo aspetto non possa/debba passare inosservato, anzi, ritengo che vada invece ben delineato, diversamente non farei un favore ai nostri lettori. Tornando a noi, circa questo lavoro non posso che esprimermi favorevolmente, molto a dire il vero, poiché l’ascolto pone in evidenza tutto ciò che ritengo basilare in un opera musicale: palcoscenico virtuale, timbrica, rispetto dei piani sonori, collocazione degli strumenti e riscontro ambientale sono davvero bene espressi, valga per tutti il contrabbasso, riprodotto in modo superlativo, ove le risonanze della cassa armonica sono captate a perfezione contribuendo alla obbligata immanenza di questo strumento, il quale – unitamente alla batteria altrettanto veritiera e corretta, maggiormente in relazione alle sonorità generate dalle spazzole quando utilizzate al posto delle classiche bacchette, insospettabilmente realistiche – realizza una ritmica ben sostenuta, presente senza essere invadente. Pianoforte altrettanto ben ripreso, caratterizzato dal giusto corpo e risonante in modo coerente col suo essere verticale, modello meccanicamente diverso da un coda, aspetto che qui si distingue molto bene; stessa cosa può dirsi per l’Hammond B3 e per il Fender Rhodes, le cui particolari sonorità sono perfettamente preservate e riprodotte con realismo. Fiati, ottimamente riprodotti, molto realistici e ben inseriti nel contesto. Veniamo alla voce? Be’, che ve lo dico a fare che questa è ripresa in modo assolutamente realistico, dotata di una presenza splendida, vibrante e liquida, un vero piacere per le orecchie, talmente olografica che pare di toccarla per quanto è solidamente rappresentata. Insomma, un disco come raramente capita di ascoltare, in grado di dare soddisfazione ad ogni ascolto successivo, capace di regalare emozioni sia per la qualità della proposta in generale sia, o forse soprattutto visto che a noi piace la qualità sonora, dal punto di vista audio fine a se stesso. Non poco direi.

La registrazione è avvenuta a New York presso i Sears Sound Studios, la masterizzazione presso i Battery Studios da Mark Wilder, che a giudicare dal risultato conosce molto bene il proprio lavoro. Come al solito, di questo eccellente lavoro esiste anche la versione in vinile – 180 grammi, trasparente e doppio – in ogni caso la versione digitale non ha nulla da invidiare, da sempre le edizioni curate dalla Blue Note sono caratterizzate da un’ottima qualità sonora, non per nulla ha fatto la storia del jazz.

Come sempre, buon ascolto!

Diego Scardocci

 

Il vino suggerito da Doctorwine.it

 

Il ritmo incalzante di Liquid Spirit mi fa pensare alle catene di bollicine che s’inseguono nel bicchiere.

Quindi a uno spumante, e in particolare a un metodo classico italiano. C’è nell’interpretazione di Gregory Porter anche una sintesi fra jazz, gospel, soul, con stili che s’intersecano e una sintesi particolarmente coinvolgente. Perciò anche il vino dovrà avere, per assonanza stilistica, un’origine che preveda diverse varietà di uva e non una sola. Per tutti questi motivi la mia scelta va su un grande classico delle bollicine italiane, il Franciacorta Vintage Collection Dosage Zero 2015 di Ca’ del Bosco. Deriva da uve Chardonnay per il 65%, Pinot bianco per il 12% e Pinot nero per il 22%. Ha colore giallo dorato luminoso e un perlage di rara finezza, con le piccole bollicine che si rincorrono formando catenelle in continuazione. I profumi sono fragranti, ricordano la frutta bianca, i fiori di campo, con lievi accenni speziati in sottofondo. Il sapore è avvolgente, con la componente di anidride carbonica cremosa, piacevolissima, e un corpo elegante di straordinaria persistenza.

Costa in enoteca poco meno di 50 euro.

 

© 2021, MBEditore Srl. Riproduzione riservata.

Vuoi saperne di più? Di' la tua!

SCRIVICI

    acconsento al trattamento dei dati presenti nel form di contatto


     

     

     

     

     

    Pin It on Pinterest