Samsung rallenta la produzione interna di TV MicroLED dopo anni di vendite deludenti. Cosa significa per il futuro di questa tecnologia e chi sta prendendo il posto del colosso coreano?
A pochi giorni dalla notizia del ritiro dal mercato cinese, che coinvolge TV, audio ed elettrodomestici, Samsung è finita di nuovo al centro dell’attenzione per quello che sembra a tutti gli effetti un passo indietro nei confronti della tecnologia MicroLED. Il colosso coreano ne è da sempre uno dei principali sostenitori, ma secondo quanto riportato da DigiTimes Samsung ha sensibilmente rallentato le operazioni produttive legate ai propri TV MicroLED, interrompendo la produzione diretta dei pannelli ed esternalizzandone sia la fabbricazione, sia il processo di bonding (la fase di assemblaggio in cui i MicroLED vengono trasferiti e collegati fisicamente ed elettricamente al substrato del pannello).
Due fasi che fino a poco tempo fa venivano gestite internamente, mentre ora l’azienda mantiene il controllo soltanto sull’assemblaggio finale prima della spedizione al cliente. Una scelta che se in apparenza appare come tecnica e logistica, nasconde in realtà una storia commerciale molto più scomoda.

Il dato che più colpisce, e che probabilmente ha guidato questa decisione, riguarda infatti i volumi di vendita. Samsung, a causa dei prezzi ancora esorbitanti di questi televisori, riusciva a piazzare circa 100 TV MicroLED per anno, una cifra talmente esigua da sembrare quasi simbolica di una tecnologia che, nonostante le promesse e gli anni trascorsi, non ha mai smesso di essere ultra elitaria.
Va precisato che Samsung non ha annunciato un’uscita definitiva dal settore e che la produzione di TV MicroLED non è cessata del tutto, tanto che al CES 2026 di gennaio è stato presentato un nuovo modello da 140 pollici praticamente senza cornice. Un design visionario, che dimostra come l’interesse ingegneristico per la tecnologia rimanga vivo. Nonostante ciò, diversi analisti del settore interpretano questo ridimensionamento operativo di Samsung come un potenziale preludio a un ritiro più strutturato, almeno fino a quando i costi di produzione non scenderanno a livelli competitivi.

La situazione che si è venuta a creare oggi potrebbe dipendere in parte anche dalla scelta di una rotta alternativa rappresentata dai TV Micro RGB, una tecnologia LCD ibrida che si posiziona a metà strada tra il Mini-LED tradizionale e il vero MicroLED. A differenza di quest’ultimo però, i pannelli Micro RGB non sono autoilluminanti, ma sfruttano una retroilluminazione a LED RGB che elimina la necessità dei filtri colore e migliora sensibilmente la precisione cromatica e la qualità d’immagine complessiva.
Il vantaggio principale è economico, visto che si ottengono benefici visivi concreti senza i costi industriali estremi del MicroLED puro. Lo scorso anno Samsung ha già commercializzato un primo TV Micro RGB dalle dimensioni (130 pollici)e dal prezzo fuori scala, ma stanno per arrivare sul mercato versioni molto più compatte e accessibili. Anche in questo segmento, però, la competizione si fa serrata. Sony, LG, Hisense e TCL hanno infatti già presentato i loro TV basati sulla stessa architettura RGB LED, trasformando quello che sembrava un vantaggio esclusivo di Samsung in un terreno di sfida aperto.

Colpisce tra l’altro che proprio mentre Samsung arretra sul versante MicroLED, altri produttori (ovviamente cinesi) accelerano. Hisense e TCL hanno infatti mostrato al CES 2026 TV MicroLED di altissimo livello tecnico, lasciando intendere che la tecnologia in sé non è in crisi, ma che la sua adozione dipende soprattutto dalla capacità di abbattere i costi di produzione.
Due mesi fa TCL ha poi lanciato una “bomba” che ha sorpreso l’intero settore, annunciando che il suo TV MicroLED Max163M da 163 pollici sarebbe stato disponibile in Cina all’equivalente di circa 33.000 euro, con la versione Pro vicina ai 45.000 euro. Cifre ancora molto elevate per il mercato di massa, ma enormemente inferiori rispetto ai listini a sei zeri dei TV MicroLED a cui eravamo abituati. Se questi modelli arriveranno sui mercati globali, il prezzo finale sarà inevitabilmente più alto tra spese di trasporto, dazi e imposte locali, ma la direzione di marcia sembra già stata decisa e parla ancora una volta la lingua cinese.
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