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Streaming musicale – Troppa offerta e poca tutela degli artisti

Streaming musicale – Troppa offerta e poca tutela degli artisti

Offerte commerciali per lo streaming non sempre oculate, sconfinate librerie e in mezzo gli artisti penalizzati dai bassi compensi

Milioni di abbonati eppure lo streaming musicale riesce a zoppicare oltre che penalizzare gli artisti. La formula delle finestre gratuite di ascolto che implicano inserimento di pubblicità non sembra essere la strada più proficua, mentre il riconoscimento economico nei confronti degli artisti viaggia a cifre talmente basse che il guadagno finisce solo nelle tasche di chi vanta milioni di ascolti. Ciascun provider sceglie liberamente come promuovere il proprio sito e, guarda caso, le strategie al fine di ricavare il massimo profitto possibile e che nulla hanno a che fare con l’etica.

I portali musicali a cui accedere sono tanti, un’immensa finestra su questa forma d’arte che per offerta e qualità non ha eguali, con presenza in liquido di immense librerie che spaziano per generi, anni, compositori, senza soluzione di continuità. Il guaio in questa sempre più ampia frangia dell’industria musicale sono i ricavi da parte degli artisti: la ricerca da parte del quotidiano britannico The Guardian ha portato alla luce il riscontro economico degli aventi diritto, riconosciuto in 0,00045 euro per ogni singolo ascolto: basta poco per rendersi conto che per vedere un singolo euro servono oltre 2.200 ascolti e che con un milione di passaggi dovrebbero venire in tasca all’autore 450 euro.

Streaming musicale – Troppa offerta e poca tutela degli artisti

Tra i consumatori c’è chi si accontenta dello streaming radiofonico da tutto il mondo, certo quasi sempre a qualità medio / bassa ma con un’infinità di stazioni a disposizione e potrebbe essere sufficiente tenere d’occhio il fuso orario per connettersi a programmi notturni dove campeggia più musica che advertising. Se però si fosse in cerca di materiale tecnicamente più performante e una specifica selezione occorre rivolgersi allo streaming ad hoc, con iscrizioni base anche gratuite proprio come nel caso di Spotify. Per inciso gli abbonati al servizio Premium di Spotify hanno superato quota 150 milioni a livello globale, mentre sono poco meno di 200 milioni coloro che ascoltano musica senza pagare nulla (con accesso vincolato a solo parte della library), dove la società dovrebbe avere un ritorno dalle inserzioni pubblicitarie.

Più recentemente proprio Spotify ha dichiarato il fatturato degli ultimi tre mesi dello scorso anno, con una quota totale di abbonati pari a circa 345 milioni e un aumento del 27% rispetto al 2019. Circa 155 milioni coloro che pagano un abbonamento, anche qui con un incremento del 24% su base annua totalizzando 1,89 miliardi di euro, eppure i conti sono in rosso. Il motivo di tale situazione risiede almeno in parte nella selvaggia politica di scontistica applicata nel corso dell’anno per i vari piani, oltre a costi di abbonamento più bassi riservati a Paesi con economia in via di sviluppo come Argentina, Brasile ma soprattutto Cina, col suo immenso potenziale.

Altro tallone d’Achille sembra proprio essere l’offerta musicale omnicomprensiva ed eccessivamente ampia, contro altri servizi più piccoli, mirati a specifici generi e artisti che necessita di una bassa forza lavoro. E mentre i grossi provider musicali si danno battaglia a suon di milioni di affiliati, sconti e offerte a pagarne il prezzo più pesante sembrano proprio essere gli artisti, che meriterebbero maggiore protezione e attenzione da parte degli organi posti a tutela e vigilanza dei loro interessi, così come del diritto d’autore. Link a Spotify.

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